Quei Giorni Gerusalemme….

E’ da 2000 anni Signore che i tuoi passi sanguinano…
Gesù sarà in agoniapasqua-vera_vangelo-esodo sino alla fine del mondo, non bisogna dormire durante questo tempo…

Inizia con la Domenica delle palme la rappresentazione simbolica di ciò che la cristianità ripete da secoli, scandendone i giorni della Settimana Santa, ricordando la passione e morte di Gesù Cristo.

Tra i vangeli Sinottici (Marco,Matteo,Luca), e quello di Giovanni vi è un divario abbastanza netto per la datazione dell’ultima settimana.
I primi presentano l’ultima cena di Gesù come un banchetto pasquale, e di conseguenza, si suppone che il Giovedì dell’ultima cena sia la sera del 14 del mese di Nisan, la data pasquale. Giovanni non scrive dell’ultima cena come un banchetto pasquale, dichiara che il venerdì della morte di Gesù era la “parasceve”, cioè la “preparazione”, che apriva la festa di Pasqua al 14 Nisan.
L’anno stesso ci sfugge: per alcuni sarebbe il 29 d.C. per altri il 30 d.C. e per altri ancora 33 d.C. Anche se il più accreditato sembra essere il 30 d.C. e considerando che Cristo secondo alcuni studi sarebbe nato il 7 a. C. avrebbe avuto circa 37 anni.
Certo è che l’ultima settimana della vita terrena di Gesù si apre con la “processione delle palme”. Gli evangelisti hanno tracciato il racconto dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, tenendo presente una processione giudaica, cioè quella della festa delle Capanne (che si celebra però in autunno), durante la quale gli ebrei agitavano un mazzetto di fronde, detto lulav, composto da un ramo di palma adorno di nastri, legati con un cordoncino d’oro, tre rametti di mirto e due di salice. Durante la processione il lulav doveva essere agitato a più riprese, per tre volte lungo la direzione dei punti cardinali. Ma davanti agli occhi degli evangelisti era presente soprattutto il celebre oracolo del profeta Zaccaria: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino… Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco della guerra sarà spezzato, annunzierà pace alle genti” 9,9-10.
Il re-Messia, che ha distrutto gli armenti e che porta la pace, abbandonati i cavalli, equipaggiamento tipicamente militare, avanza sull’asino, la cavalcatura dei re in tempo di pace.
Per i primi giorni di quella settimana Gesù da Betania si recò al Tempio di Erode, una mastodontica costruzione che il grande e implacabile sovrano (ebreo di sangue misto)  aveva iniziato nel 19 a.C. e inaugurato nel 9 d.C. Nel Tempio, Gesù, da ebreo fedele, si recava a pregare; anche in passato era stato nei grandi cortili a osservare la folla, ammirando ad esempio la vedova che gettava nel “tesoro” due spiccioli, un’offerta ben più alta delle elargizioni degli aristocratici “perché nella sua miseria aveva dato tutto quanto possedeva per vivereLuca,21,4. Negli stessi cortili forse pochi giorni prima (stando alla cronologia sinottica) Gesù aveva creato scompiglio tra i venditori di animali sacrificali e i cambiavalute (le monete imperiali, quelle che recavano un’immagine umana o animale erano considerate impure e quindi da sostituire con una monetazione riconosciuta dalle autorità religiose), gridando il suo sdegno per questa commistione.
In quei cortili Gesù negli stessi giorni si era fermato a discutere coi dottori della legge e membri dei vari “partiti” o movimenti (farisei, sadducei, erodiani) e la tensione si era fatta sempre più alta e la polemica aspra, tant’è vero che forse il Lunedì o il martedì Cristo confessa ai suoi discepoli: “ Voi sapete che fra due giorni è la Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifissoMatteo26,2.

Quarantotto ore solamente lo separano dalla sua Passione.

Nel corso della mattinata, Gesù ricorda agli apostoli il grande dovere del giorno e rivolgendosi a Pietro e a Giovanni, dice loro: «Andate a prepararci la Pasqua, affinché la mangiamo». Rispondono i due: « Dove vuoi che la prepariamo?». La domanda dei discepoli è più che comprensibile. la cena pasquale doveva essere celebrata «nel luogo scelto da Dio », indicato come il “santuario” o atrio del tempio. In seguito però, soprattutto in considerazione del gran numero di pellegrini e delle difficoltà tecniche che sorgevano per allestire una festa simile in un luogo unico, la celebrazione fu trasferita alle case, e “il luogo scelto da Dio” venne esteso a tutto il territorio incluso nelle mura di Gerusalemme. In base poi alla tradizione giudaica che considerava le case di Gerusalemme come possesso comune di tutto il popolo eletto, i padroni delle case della città avevano l’obbligo di mettere a disposizione dei pellegrini forestieri tutti i vani compatibili con questo scopo. Gli apostoli sapevano perciò che la Pasqua non poteva essere mangiata che a Gerusalemme, ma sapevano pure che Gesù nei giorni antecedenti aveva evitato di passare la notte nella città, e perciò non sapevano immaginare dove Gesù potesse proporre di celebrare la cena pasquale. Per questo i due gli chiedono: “Dove vuoi che la prepariamo”. Inoltre, la preparazione della cena pasquale richiedeva tempo e lavoro: trovare una sala adatta, trovare l’agnello che doveva essere sgozzato nel tempio nel primo pomeriggio del 14 di Nisan, fare le provviste di pani azzimi, erbe amare, vino e della sala speciale detta “karosèth”; tutte cose che bisognava sistemare per tempo e con cura.
Rispose Gesù: « Andate in città; quando sarete entrati troverete un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo nella casa dove entrerà. Là dirette al padrone di casa: il Maestro dice: il mio tempo è vicino; Farò la Pasqua da te coi miei discepoli. Dov’è la stanza dove possa mangiare la Pasqua coi miei discepoli? Ed egli vi mostrerà di sopra una gran sala ammobiliata e pronta; quivi apparecchiate per noi ».
Singolare è il particolare della brocca d’acqua portata da un uomo, di cui parlano Marco e Luca, mentre Matteo lo omette, facendoci invece sapere che Gesù fece agli apostoli il nome del padrone di casa («Andate in città dal tale»), nome però che egli non ritiene utile ed opportuno riferirci. Forse però il valore del segno della conoscenza sovrumana di Gesù non è tanto nel portatore d’acqua, quanto nel recipiente; poiché in oriente erano le donne che abitualmente attingevano acqua mediante brocche, mentre gli uomini, le poche volte che lo facevano, usavano otri. Risulta evidente che l’uomo con la brocca segnalato da Gesù è un caso eccezionale e diventa un segno indiscutibile per i due apostoli che dovevano adempiere al comando di Gesù. Pietro e Giovanni partono, entrano in Gerusalemme per la porta detta della “fontana di Siloe”, incontrano l’uomo, il quale era solo probabilmente un servo. Poiché non è al servo che i due dovevano rivolgersi. lo seguono; arrivarono con lui in una casa, e rivolsero al padrone la richiesta di Gesù. Il padrone subito aderisce «e trovarono com’egli aveva detto loro e prepararono la Pasqua». La stanza, già ornata festosamente, viene messa a disposizione di Gesù e degli apostoli. Pietro e Giovanni non dovettero far altro che completare la preparazione mediante la disposizione dell’insieme, oltre che dover fare gli acquisti per l’occorrente richiesto della Cena pasquale.

Riunione del Sinedrio e tradimento di giuda

Intanto un valletto del sommo sacerdote Giuseppe, detto Caiafa, ha convocato i membri del Sinedrio in assemblea nella “corte” dello stesso sommo sacerdote, come nota Matteo (espressione che pare designi la residenza abituale del sommo sacerdote e non la sala abituale delle sedute, compresa nel fabbricato del tempio).La riunione era straordinaria e i sinedristi, capi di differenti partiti, avevano buone ragioni per tenerla segreta; vi si doveva decidere la sorte di Gesù. Aperta la seduta, il sommo sacerdote, che per diritto è presidente dell’assemblea, prende parola. Ricorda che fu lui stesso, a seguito del gran chiasso fatto dalla resurrezione di Lazzaro, a proporre circa tre mesi prima la eliminazione di Gesù, che tutti approvarono per il loro zelo della legge e per il supposto pubblico bene Giovanni 11, 47-52. Ma fino ad allora non si era fatto nulla, mentre gli avvenimenti dei giorni precedenti hanno ulteriormente aggravato la situazione, per cui è urgente eseguire al più presto la sentenza di morte da essi emanata, la maggioranza dei sinedristi approva, anche se, alcuni membri fanno notare che sarebbe imprudente condannare e anche soltanto arrestare Gesù durante la festa di Pasqua, quando i Galilei, compatrioti suoi, sono numerosi a Gerusalemme e indubbiamente si schiereranno a suo favore, volgendo probabilmente dalla loro parte la maggioranza dei Giudei della diaspora: «Non facciamolo durante la festa, perchè non vi sia qualche tumulto del popolo ». Inoltre, il procuratore Ponzio Pilato, venuto, secondo l’uso, da Cesarea a Gerusalemme, occupa con le sue truppe la fortezza Antonia in uno degli angoli del fabbricato del tempio. Al minimo tumulto o rivolta egli certamente interverrebbe e il suo intervento sarebbe certamente molto pesante, come era suo costume. Durante le deliberazione del Sinedrio un uomo percorreva a grandi passi le vie di Gerusalemme e, inquieto e pauroso, si dirigeva verso la casa del sommo sacerdote. Appena arrivato, si fa riconoscere ed ottiene di essere ricevuto dal sommo sacerdote e dai capi sacerdoti. Era Giuda, uno dei dodici apostoli, intenzionato a consegnare nelle loro mani Gesù. Essi, euforici per l’inaspettata offerta, contrattano il prezzo con cui sarà pagato l’arresto di Gesù: trenta sicli d’argento, il prezzo di mercato di un agnello e di uno schiavo. All’infamia si univa l’insulto e la derisione. Matteo, Marco e Luca, dopo aver raccontato in brevi parole solamente la scena, aggiungono un’amara riflessione: «Egli si chiama Giuda, ed era soprannominato Iscariota, ed era uno dei dodici» , e contro di lui non si trova negli evangelisti alcun rimprovero, alcuna invettiva, né una parola di collera e di indignazione.  Essi fanno a suo riguardo questa annotazione: «Da allora egli prese l’impegno e cercava il modo e il momento più opportuno di tradirlo di nascosto della folla ». C’è un punto però su cui gli evangelisti ci hanno illuminato a sufficienza. Giuda aveva la passione del denaro e gestiva la cassa destinata al mantenimento di Gesù e degli apostoli , però « portava via quel che vi si metteva dentro» Giovanni 12, 6 spingendo la menzogna e l’ipocrisia fino al punto di simulare a sollievo dei poveri uno zelo che non sentiva che per il proprio interesse. « Era un ladro», dice Giovanni12, 4-6. E gli evangelisti ci lasciano intendere che, comportandosi così, egli non seguiva solamente l’inclinazione naturale, ma credeva anche nelle suggestioni di Satana Luca 22, 3.

Ultima cena

la-ultima-cena-grandeLa sera di Giovedì, Gesù e gli apostoli raggiungono a Gerusalemme la casa dove debbono celebrare la Cena Pasquale.Vengono introdotti nella stanza lussuosamente addobbata. Gesù si sdraia sul divano, e rivolgendosi agli apostoli dice: «Ho grandemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi. Giacché io vi dico che non mangerò più questa Pasqua fino al giorno in cui essa avrà avuto il suo compimento nel Regno di Dio». Quindi prende la prima coppa, ringrazia Dio, dicendo: «Benedetto sii tu, Signore che hai creato il frutto della vite». Poi dopo aver bevuto per primo, presenta la coppa ai discepoli dicendo: «Prendete questo e distribuitelo  fra voi; perché vi dico che non berrò più del frutto della vigna finché sia venuto il Regno di Dio ». Ovviamente il linguaggio di Gesù è simbolico e sovente la felicità degli eletti viene rappresentata con l’immagine di un banchetto, in cui si mangia e si beve per indicare che vi sarà pieno appagamento di ogni nostra facoltà spirituale: mente, volontà, cuore, intelligenza, coscienza ecc.. Gli apostoli, avendo inteso parlare Gesù di una sua prossima morte erano rimasti scossi e turbati, ma quando lo intesero dire di una prossima venuta del Regno di Dio, « sorse tra loro una disputa per sapere chi fosse reputato il maggiore » nel Regno. La gravità delle circostanze e la triste predizione di Gesù contrastano fortemente con questo rigurgito di egoismo e gelosia, per cui Gesù, sempre indulgente e buono, si limita a ripetere loro una lezione di umiltà, che ha già ripetuta altre volte e di cui essi hanno così poco approfittato. Gesù, sebbene fosse il maggiore perché seduto a tavola, tuttavia il suo comportamento è quello di un servo, ecco che subito si affretta ad aggiungere all’influenza della sua parola la forza più persuasiva dell’esempio. Egli si alza, abbandona il suo posto, depone i vestiti, probabilmente il mantello e la veste senza maniche, fissa alla cintola i lembi della tunica, prende un asciugatoio, annodandolo ai suoi lombi. Quindi si avvicina al bacile destinato alle abluzioni, vi versa dell’acqua e si dirige verso l’apostolo più vicino. Gli apostoli si guardano sorpresi, lo vedono inginocchiarsi davanti all’apostolo, prendergli i piedi e, chino, lavarli umilmente e asciugarli, quindi passare all’apostolo a fianco per ripetere l’azione. Materialmente, la cosa non era difficile, i commensali erano sdraiati su larghi divani, col capo vicino alla tavola e i piedi fuori dal limite esterno del loro posto. L’usanza giudaica di andare a piedi scalzi coi sandali aperti, imponeva quella cura di pulizia parecchie volte al giorno, ma questo servizio era riservato all’ultimo dei servitori o schiavi. Giammai, s’era visto che un padre o capo famiglia lo avesse fatto ai suoi figli, e tanto meno un “rabbi o dottore d’Israele” ai suoi discepoli., Gesù lava i piedi a Giuda. Viene la volta di Simon Pietro. Alla vista di Gesù che si accosta a lui per lavargli i piedi, egli manda un grido: «Tu, Signore, vuoi lavarmi i piedi?». Gesù con amabile condiscendenza, risponde: «Ciò che io faccio, tu ora non lo comprendi, ma lo capirai più tardi ».  Pietro, seguendo i suoi pensieri, riprende a dire: «Tu non mi laverai mai i piedi». Gesù sa come vincere questa resistenza, perché conosce il cuore del suo apostolo, e perciò gli dice: «Se non ti lavo i piedi, non farai più parte del gruppo, dei miei familiari dei miei intimi amici», che equivaleva a dire non sarai più amato da me. A tale pensiero Pietro si ribella e sente ardere in sé tutto l’amore per Gesù. Avendo lavato ed asciugato i piedi di Pietro, Gesù si alza e rivolto a tutti gli apostoli dice: «E anche voi siete netti», ed aggiunge a voce bassa, come parlando tra se: «ma non tutti. Sapeva infatti, chi era colui che lo avrebbe tradito,».
Ora comincia la cena propriamente detta.
Sulla mensa ci sono le erbe amare, gli azzimi, il karoseth e al centro l’agnello pasquale. Alla vista dell’agnello, simbolo della sua persona che deve tragicamente perire, l’animo di Gesù viene colto da un sentimento misto di tristezza, turbamento e spavento. I lineamenti, lo sguardo, la voce di Gesù si sono fatti più tristi. Con voce solenne e forte dice allora: «In verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà». Gli apostoli restano stupiti, sconcertati, terrificati da queste parole, e si guardano e si interrogano con gli occhi e con la parola: un traditore fra noi? Chi è? Quindi in uno slancio comune, per non rimanere sotto la tragica impressione che li domina, gridano a Gesù: «Maestro, sono forse io? Anche Giuda, che lo tradiva , per non svelarsi, prese a dire: «Sono io quello, Maestro?». E Gesù a lui, con voce leggera e piena di delicatezza, che si confuse nel brusio della conversazione e delle domande: «L’hai detto ». E con voce più forte disse ancora, rispondendo alle domande degli apostoli: « Uno di voi dodici mi tradirà; egli è a tavola con me e intinge la mano allo stesso mio piatto ». Nemmeno questa indicazione basta a far conoscere chi lo tradirà, poiché l’uso voleva che i convitati prendessero dal piatto comune la parte che loro piaceva, aiutandosi con un pezzo di pane piatto e concavo, che faceva il servizio del nostro cucchiaio. Gesù, allora, per cercare di penetrare nel cuore del traditore e piegarlo di fronte alla gravità del gesto che sta per compiere, dice: « Certo il Figlio dell’uomo si avvia per il cammino che la Scrittura gli ha tracciato, ma guai a quell’uomo per cui il Figlio dell’uomo sarà tradito! Meglio sarebbe per lui non essere mai nato ».Pietro allora non si tiene più: vuole conoscere il traditore, vuole che sia smascherato. Però non osa chiederlo direttamente a Gesù, i rivolge allora a Giovanni: « Dì, chi è quello del quale parla? ». Essendo, come già accennato, i convitati sdraiati su larghi divani, col gomito sinistro appoggiato su un cuscino e tenendo il busto sollevato e quasi eretto, ognuno di essi, aveva la testa vicina al petto di colui che si trovava al suo fianco. Chi si trovava così vicino a Gesù era Giovanni, ed infatti nel suo vangelo egli dice: « Or a tavola inclinato sul seno di Gesù stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava ». E’ così infatti che Giovanni designa se stesso nel suo Vangelo: “il discepolo che Gesù amava”. Giovanni allora chinò il suo capo sul petto di Gesù e in maniera di non essere udito che da Lui solo, gli dice: «Signore, chi è il traditore? – risponde Gesù con lo stesso tono – è colui al quale sto per dare un pezzo di pane inzuppato (nel Keroseth)». Allora Gesù, prendendo un boccone di pane, lo inzuppa nella salsa e l’offre a Giuda che lo prende. Era questa una testimonianza di stima e d’affetto che il capo famiglia dava sovente ai convitati che voleva onorare. Gli apostoli, non avendo udito la domanda di Giovanni, non comprendono il significato di quest’atto, avendo Gesù parlato a bassa voce, Giovanni comprende che desiderava conservare il segreto, per cui non dice nulla a Pietro. Tuttavia Giuda continua a rimanere al suo posto, sempre impassibile, simulando tristezza e inquietudine. Allora, in maniera di essere udito da tutti, Gesù gli dice: « Ciò che devi fare, fallo presto». Giovanni comprese certamente le parole di Gesù, gli altri però, non essendo al corrente dei fatti che le avevano precedute, non le compresero e, siccome Giuda teneva la cassa, pensarono che Gesù gli avesse comandato di compiere al più presto un ordine già impartitogli, di acquistare oggetti necessari per la solennità pasquale, oppure di distribuire elemosine ai poveri, come la legge comandava espressamente di fare nelle feste principali dell’anno. Giuda però comprese che non poteva più dissimulare, per cui si alzò, abbandonò la stanza e “uscì” andando di filato alla casa del sommo sacerdote. Giovanni termina il racconto con due parole che suonano lugubri come una marcia funebre: « Ed era notte».
Partito Giuda, Gesù emette come un sospiro di sollievo è consapevole della sua morte imminente, per cui solo poche ore sarà ancora con loro.
Il suo animo esplode in accenti di tenerezza:
Il distintivo dei discepoli di Gesù dovrà essere l’amore vicendevole, di cui Gesù ha dato l’esempio: « Come io ho amato voi». Si tratta di un amore che non conosce barriere di età, di sesso, nazione, razza, posizione sociale, e barriere di tempo, luogo e intensità. Amare sino alla prova del Calvario! Simon Pietro ha ascoltato con poca attenzione queste ultime parole di Gesù, perché preso probabilmente da altri pensieri . Il Signore ha detto che ancora per poco sarà con loro, e certamente alludeva alla sua prossima morte, come aveva fatto parecchie volte negli ultimi tempi. Ma dove andrà, se non lo si potrà seguire? Per questo Simon Pietro si rivolge a Gesù e gli chiede: « Signore, dove vai? ». Gesù lo guarda e ripete a lui, quello che poco prima ha detto a tutti: « Dove io vado non puoi per ora seguirmi, ma mi seguirai più tardi». Pietro gli chiede allora: «Signore, e perché non posso seguirti ora? », e, volendo esternare a Gesù tutto il suo amore e attaccamento, aggiunge: «Metterò la mia vita per te! ». Gesù prende questa affermazione del suo apostolo come uno slancio generoso ma incontrollato, per cui gli dice: «Metterai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico che prima che gallo canti mi avrai rinnegato tre volte ». Ma Pietro, sempre focoso e sicuro di sé, gli ripete: « Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte ». E Gesù di nuovo a profetizzargli il misfatto che tra non molto compirà: « Io ti ripeto che oggi il gallo non canterà, prima che tu abbia negato per tre volte di conoscermi». Confuso ed umiliato Pietro non risponde, non sa spiegare come Gesù possa dire questo di lui. Gli dicono: « Signore, ecco qui due spade! Basta!», risponde Gesù, mostrando la sua volontà di tagliar corto al discorso e di non spiegarsi di più per il momento.

Gesù nell’orto del Getsemani

16102226-Jesus-praying-in-the-Garden-Picture-from-The-Holy-Scriptures-Old-and-New-Testaments-books-collection-Stock-PhotoLasciato il cenacolo dove aveva tenuto la Cena pasquale Gesù con i sui discepoli esce dalla città, supera la profonda voragine che divide Gerusalemme dal monte degli Ulivi, e che porta il nome di Valle del Cedron, e si reca in un giardino ai piedi del monte degli Ulivi che, secondo Matteo26, 36 e Marco14, 32 si chiama Getsemani, cioè frantoio.Fra questi ulivi Gesù ha passato “in tristezza e angoscia”, in sofferenza e preghiera, l’ultima notte della sua vita terrena.. Il nome Cedron è una trascrizione dell’ebraico “Qidron” (torbido, nero), ed era propriamente un corso d’acqua invernale. Anche Davide, quando fuggì da Absalon insieme ai suoi fedeli, ebbe a passare questo torrente (2 Samuele 15, 23). Non sappiamo quale via abbia seguito Gesù per recarsi al Getsemani: se quella che passava per la spianata del tempio, che in base ad una prescrizione rabbinica era proibito usare questa scorciatoia, oppure per la città di Davide, posta a sud della spianata stessa (come sembra più probabile). Non appena oltrepassata la porta d’entrata, Gesù con la mano mostra una specie di grotta dove potranno ripararsi dal freddo, si volge verso gli apostoli e dice loro: « Sedete qui. ». Poi, con tono grave e triste, aggiunge: « Pregate, chiedendo di non entrare in tentazione». Nello stesso tempo fa segno a Pietro, Giacomo e Giovanni di seguirlo e scompare con essi nel folto degli alberi e dei cespugli. La presenza degli apostoli, mentre sarebbe stata una consolazione per lui, sarebbe stata una prova troppo forte per la loro fede, perciò egli si allontana da loro e li lascia in disparte. Quando si trova fuori dalla vista degli otto apostoli, Gesù si ferma e subito uno strano cambiamento si produce nella sua persona,  cominciò ad essere spaventato ed angosciato , e gettando sui tre apostoli che l’accompagnavano uno sguardo supplichevole, dice: «L’anima mia è oppressa da tristezza mortale », e quindi chiede a loro: « Rimanete qui e vegliate con me». Detto questo, con moto che tradisce lo sforzo violento, Gesù si allontana da loro: « Ed egli si staccò da loro quanto un tiro di sasso», dice Luca. Scomparso nell’ombra fitta di un boschetto di ulivi, esausto, tremante cade in ginocchio: «si gettò a terra; e pregava, che se fosse possibile, quell’ora passasse oltre da lui » e si trattava dell’ora della sua morte. Ma anche il cielo in quel momento resta insensibile e chiuso, onde dice: « Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice » e con la parola “calice” Gesù intende la sua passione e morte, e tutte le sofferenze che dovrà subire. Nel Getsemani, riporta continuamente dinanzi agli occhi di Gesù l’orribile quadro delle sofferenze e delle ignominie della sua passione e morte. Ma la preghiera di Gesù continua umile, ardente, piena d’angoscia e di terrore. Allora in uno slancio di sottomissione alla volontà del Padre grida: «…Ma non quello che voglio io, ma quello che tu vuoi. … non la mia volontà, ma la tua sia fatta». Abbattuto dallo spavento, desolato dal dolore, sconsolato per il silenzio di suo padre, Gesù si alza e va a raggiungere i tre apostoli per trovare in loro un po’ di conforto. « E venne e li trovò che dormivano ». Gesù li sveglia, e rivolgendosi a Pietro, che aveva protestato di essere pronto a seguirlo anche fino alla morte, gli dice: « Simone, tu dormi? Non sei stato capace di vegliare un’ora sola», come se volesse dire: e tu che volevi morire per me! Quindi rivolgendosi verso Giacomo e Giovanni dice loro: «Così non siete stati capaci di vegliare con me un’ora sola? Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione. ….lo spirito pronto, ma la carne è debole». Lo spirito di Gesù era pronto a fare la volontà del padre, ma il suo fisico, la sua natura umana, la sua carne era debole e ripugnava dal sottomettersi ad essa nella via del dolore e della umiliazione. Del pari lo spirito degli apostoli si diceva pronto a seguire Gesù dovunque e comunque, ma, purtroppo, la loro carne era debole, al punto di non rendersi conto della sofferenza che attanagliava l’anima di Gesù e di dormire tranquillamente. Gesù allora, più sconsolato che mai, ritorna al luogo che aveva lasciato . La prova dura da due ore circa, dice Luca: «essendo in agonia pregava sempre più intensamente; e il suo sudore divenne come grosse gocce di sangue che cadevano in terra». Dinanzi al sudore di sangue di Gesù la Chiesa ha sempre ritenuto che Gesù abbia sudato veramente sangue, cioè che il sudore abbia preso una colorazione sanguigna. Non sono mancati però studiosi che le hanno prese in senso metaforico, quasi che l’evangelista abbia voluto dire: il liquido che sgorgava lungo il corpo del Signore nel combattimento tra lo spirito pronto e la carne refrattaria al dolore e alla sofferenza (non per nulla l’evangelista lo paragona ad un’agonia) era formato di grosse gocce di sudore simili a quelle del sangue, che facilmente si coagula. Tuttavia anche il fatto del sudore di sangue non ha nulla in sé di impossibile. La medicina ha molte volte constatato sudori analoghi, prodottisi in tutto il corpo di alcuni malati, la cui colorazione era dovuta alla presenza di sangue vivissimo e rossissimo. Nel “Dizionario di teologia” di Vacant e Mangenot, all’articolo “agonia”, si legge: “Fra le cause determinanti (di tali sudori), scrive un dottore, lo spavento, la collera, il timore, un violento affanno, una contrarietà viva, la gioia, le grandi allegrezze ed i grandi dolori, in breve, le perturbazioni morali di ogni specie, occupano il primo posto”. Tale fatto è chiamato in medicina “ematidrosi”. Ora la maggior parte di queste cause si trovano riunite in Gesù. deve quindi ritenersi che il fenomeno fosse naturale, all’infuori forse di ciò che concerne l’abbondanza della trasudazione. Gesù, alzandosi da terra, ritorna per la terza volta verso gli apostoli che «invano lottano contro la tristezza e una pesante sonnolenza», e dice loro: « Basta! L’ora è venuta; ecco il Figlio dell’uomo è dato nelle mani dei peccatori» « Alzatevi, aggiunge Gesù, Ecco colui che mi tradisce è vicino».
Non è la morte che viene a Gesù; è Gesù che va liberamente a morte!
Là si stava per consumare il tradimento di un suo apostolo, Giuda Iscariota.

L’arresto

Caravaggio - L'arresto di GesùMentre Gesù era nel Getsemani, nel tempio di Gerusalemme e nel palazzo del Sommo Sacerdote si completavano i preparativi per il suo arresto. Con la direzione di alcuni capi sacerdoti, scribi e anziani, rappresentanti del Sinedrio, guardie del tempio, una brigata della polizia del Sinedrio, n reparto di legionari al comando di un centurione che il Sommo Sacerdote aveva ottenuto da Pilato per impedire qualsiasi movimento o tumulto fosse sorto, Giuda doveva guidare la spedizione verso il Getsemani: infatti egli conosceva quel luogo, perché Gesù s’era molte volte ritrovato là con suoi discepoli. Tutti erano armati di spade e bastoni, lanterne, torce ed armi, il loro compito era di arrestare Gesù e condurlo al palazzo di Caifa. Giuda che lo tradiva aveva dato loro questo segnale per riconoscere Gesù nel folto degli Ulivi dicendo: « Colui che bacerò è lui; pigliatelo e conducetelo via con molta precauzione». Giuda aveva studiato certamente il mezzo di essere informato senza alcun dubbio sulle mosse di Gesù, terminata la Cena pasquale, per questo si dirige direttamente con la soldatesca al Getsemani. Al vederlo in mezzo ai suoi apostoli, ordina al suo seguito di fermarsi, mentre, padroneggiando l’emozione, avanza solo verso Gesù, e rivolge a lui le parole: « Ti saluto, Maestro! E si accostò a Gesù e gli dette un lungo bacio». Gesù gli dice: «Amico, per qual motivo sei qui?»; quindi aggiunge: « Giuda, è dunque con un bacio (segno di amore e di amicizia) che tu tradisci il Figlio dell’uomo?».Alla vista di Giuda immobile e quasi impietrito di fronte a Gesù, sinedristi, soldati e sgherri restano interdetti e non osano agire. Gesù avanzò con passo fermo verso coloro che lo dovevano arrestare e con voce sicura, chiese loro: «Chi cercate? » Gli risposero: «Gesù il Nazareno! »  Gesù disse loro, mentre Giuda che lo tradiva si andò a mischiare in mezzo a loro: «Sono io!».  Alla risposta, tutti, ad un tratto retrocedendo di un passo, caddero in terra. Alcuni non ritengono di vedere in questo fatto dell’indietreggiamento e della caduta dei nemici di Gesù una manifestazione della sua potenza taumaturgica, e lo intendono come un tentativo istintivo di reazione, in seguito al quale, indietreggiando con movimento incontrollato, si sarebbero urtati a vicenda, e avrebbero incespicato forse nelle radici degli ulivi, per cui sarebbero caduti riversi. Ritengono, inoltre, di trovare conferma a questa loro posizione, facendo presente che i sinottici, sempre pronti a sottolineare l’elemento straordinario, non ricordino questo intervento di Gesù. Appena rialzati e riavutisi dall’emozione, Gesù rinnova la domanda agli sgherri: « Chi cercate? » Ed essi di nuovo: « Gesù il Nazareno! », Gesù risponde: « Vi ho detto che sono io, se dunque cercate me, lasciate andar via questi»: questo atteggiamento di apparente indifferenza con cui il Maestro designa gli apostoli non deve trarre in inganno, perché il chiamarli “suoi discepoli” o “suoi apostoli” avrebbe potuto esporli a pericoli, dai quali Gesù invece voleva proteggerli. Allora accostatisi gli misero le mani addosso e lo arrestarono. A tale vista, l’amore dei discepoli per Gesù si risveglia, indignati gli chiedono: « Maestro, se facessimo uso della spada?». E prima che Gesù possa rispondere un colpo viene inferto e viene colpito un servo del Sommo Sacerdote, un servo particolare e fidato, incaricato forse di osservare e riferire. Il suo nome è Malco, che ha l’orecchio destro reciso. Il feritore era stato Pietro. Sorprende il fatto che il fendente abbia colpito l’orecchio destro e non, come sarebbe stato più naturale, l’orecchio sinistro; forse il colpo non era diretto a Malco ma a Giuda, che, già sul chi va là, seppe abilmente evitarlo. Oppure, secondo altri, Malco vedendo Pietro impugnare e alzare la spada, deve aver cercato di evitare il colpo, spostandosi a sinistra. Gesù disse subito agli apostoli: « Lasciate, basta!». Poi si rivolse a Pietro: « …Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che prendono la spada, periscono di spada…». Con queste parole Gesù, deplora con fermezza l’atto sconsiderato di Pietro, che avrebbe potuto coinvolgere i discepoli in un tafferuglio, in cui avrebbero avuto la peggio. Quindi afferma la motivazione generica “chi di spada ferisce, di spada perisce”, che divenne la norma dei fedeli di fronte alle violenze e alle persecuzioni, anche dei poteri statali: la legge della violenza attira la vendetta umana.Prima di lasciarsi portar via, Gesù fa sentire la sua ferma e dignitosa protesta per il procedimento usato nei suoi confronti: « Voi siete venuti da me con spade e bastoni, come contro un ladrone per pigliarmi. Ogni giorno sedevo nel tempio ad insegnare, e voi non mi avete preso.». Con tutta probabilità, al momento dell’arresto, era stato urtato e sballottato dalla folla che agitava i bastoni e le spade, e Gesù sempre calmo, protesta per questo trattamento fattogli, come se fosse un volgare brigante.Assurdo, inoltre, è un così grande spiegamento di forze, non essendo egli né un furfante né un cospiratore pericoloso, ma un maestro senza alcuna aspirazione a poteri politici, che agiva alla luce del sole, essendo presente quasi quotidianamente, specialmente negli ultimi giorni, in mezzo a loro e proprio nel tempio. A questo punto, quando ormai Gesù è immobilizzato e impossibilitato a fuggire, i discepoli, come Gesù aveva loro apertamente predetto, «lasciatolo, se ne fuggirono ». Mentre tutti gli apostoli sono fuggiti, un giovinetto che non apparteneva alla loro cerchia e, che, a quanto pare dal suo sommario vestimento, si era già coricato, o per curiosità o per simpatia o forse attirato dal trambusto del corpo di spedizione per la strada, si affacciò alla porta di casa e mescolandosi con gli sgherri si mise a seguire Gesù. Riconosciuto dagli sgherri per un estraneo lo presero, ma egli lasciando andare il panno di lino se ne fuggì ignudo. Chi era l’eroe di questo episodio? Esso è detto “giovincello” ed aveva per indumento solo una tela di lino. Questo fa pensare che si fosse già coricato ed inoltre che fosse di famiglia benestante, poiché tali famiglie soltanto potevano permettersi a quel tempo il lusso di servirsi di lenzuola. Solo Marco, riferisce questa scenetta e il cui racconto può sembrare solo un sigillo personale posto al Vangelo, la maggior parte degli esegeti ritiene che quel giovincello fosse proprio Marco l’evangelista, la cui famiglia, come si sa, era benestante ed aveva proprio la casa a Gerusalemme.

Primo interrogatorio di Hanna  

776457016Gesù ben legato viene trasferito nella residenza dell’ex sommo sacerdote Hannah (il nome è un diminutivo ebraico di Giovanni) per un primo interrogatorio informale, come preparazione all’interrogatorio vero e proprio, che avrebbe dovuto subire al mattino presso il Sinedrio, (che non si poteva riunire di notte) presieduto dal sommo sacerdote Caifa. Infatti questo interrogatorio mirava a dare a Caifa le basi per la condanna di Gesù. Hannah nell’interrogare Gesù a proposito dei suoi discepoli intendeva conoscerne il numero e il nome per poterli poi tenere d’occhio e alla sua dottrina per poter ritorcere in capo d’accusa contro di lui. Gesù, intuendo il malvagio proposito del sommo sacerdote, non risponde e si limita a richiamarsi al carattere pubblico che ha sempre dato a tutta la sua attività ed opera: «Io ho parlato apertamente al mondo ho insegnato sempre nelle sinagoghe e nel tempio, dove tutti i giudei si radunano »  e continua  «non ho mai detto nulla in segreto come fanno gli agitatori per iniziare i loro seguaci alla ribellione. Pertanto, «perché interroghi me? Domanda a quelli che mi hanno udito, quel che ho detto loro; ecco essi sanno le cose che ho detto». Hannah stava tentando abilmente di far convergere l’interrogatorio su due punti che potevano condurre il prigioniero ad una specie di confessione da cui dedurre i capi d’accusa per l’imminente processo: l’ex sommo sacerdote sperava certamente di trovare qualche appiglio per legalizzare l’accusa presso il tribunale civile di Pilato, probabilmente l’accusa di sedizione per aver radunato dei discepoli per prospettive messianiche. Gesù fa ancora sottilmente capire ad Hannah l’illegalità e l’inutilità di questa sua inchiesta, ricordandogli che, essendo stata pubblica la sua predicazione, non è tanto da lui che doveva aspettarsi una spiegazione del suo insegnamento, ma dai numerosi testimoni oculari, sulle testimonianze dei quali avrebbe potuto giudicare meglio e con equità. Un tono così libero e privo di timore era qualcosa di inaudito nei tribunali ebraici. Hannah restò sorpreso, e gli altri rimasero interdetti e imbarazzati. Un vile servo dell’ex sommo sacerdote allora, quasi voglioso di raddrizzare la situazione che si faceva penosa per i suoi capi, essendogli vicino, dette uno schiaffo a Gesù dicendo: «Così rispondi tu al sommo sacerdote? ». Gesù, calmo, replicò energicamente: « Se ho parlato male, dimostra il male che ho detto; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Gesù si rivolge materialmente allo sbirro, ma in realtà si indirizza ad Hannah che aveva permesso l’offesa e tacitamente l’aveva approvata, e gli fa presente il diritto di ogni accusato alla propria difesa e richiama i responsabili ad agire con equità e ponderazione secondo le testimonianze acquisite. Il testo evangelico tace sulla reazione di Hannah davanti all’accaduto, e, visto che l’interrogatorio non sarebbe approdato a nulla, Gesù, viene condotto nel palazzo del sommo sacerdote Caifa, ove nel frattempo si erano radunati tutti i capi sacerdoti e gli anziani e gli scribi , cioè le tre categorie di personaggi che componevano il Sinedrio, il supremo tribunale ebraico.

Gesù interrogato dal Sinedrio  

image004Gesù venne subito condotto nella sala delle udienze del sommo sacerdote per un inizio di processo. Dobbiamo subito notare l’illegalità di questo processo e per varie ragioni:

  • la sua celebrazione nei giorni festivi (gli Azzimi e la Pasqua);
  • la celebrazione di notte, essendo vietato tenere le sue sedute dal tramonto del sole fino all’alba, e qui si era circa alle due di notte;
  • la durata di un processo capitale non poteva durare meno di due giorni, qui invece c’è la riunione durante la notte e un’altra subito all’alba;
  • inoltre l’escussione dei testimoni doveva tenersi nell’aula del Sinedrio e non in quella delle udienze del sommo sacerdote.

Tutto ciò dimostra la fretta, e forse anche la paura, dei dirigenti giudei di giungere presto, secondo il loro proposito, ad una rapida condanna dell’imputato. Nella sala sono riuniti i 70 membri del Sinedrio, con al centro Caifa, sommo sacerdote e presidente col titolo di “nasi” (principe), avendo al fianco suo suocero Anna, e con loro stanno due segretari, dei quali quello di destra deve scrivere le testimonianze e i voti favorevoli al prevenuto, quello di sinistra le deposizioni e i voti che l’accusano e lo condannano.

Inizia il processo. La procedura ebraica non conosceva accusa ufficiale né pubblico ministero, per cui erano i testimoni che fungevano da accusa. Prima erano ascoltati i testimoni della difesa e poi quelli dell’accusa. Per di più i testimoni erano ascoltati singolarmente e non vi era prestazione di giuramento. I Vangeli ci dicono che “i capi sacerdoti e tutto il Sinedrio cercavano qualche testimonianza contro Gesù per farlo morire; e non ne trovavano alcuna”, secondo la legge la deposizione di due o tre testimoni doveva essere concorde, ma essi non ne trovarono. Marco fa inoltre notare che il Sinedrio, non avendo trovato due testimoni di cui valersi, cioè che fossero concordi nel testimoniare intorno a un singolo capo d’accusa, ricorse a falsi testimoni: “Poiché molti deponevano il falso lui le testimonianze non erano concordi”. Di costoro se ne presentarono molti, ma, o perché raccolti in fretta e furia non si era riusciti a metterli d’accordo, o perché l’accusa che facevano non raggiungeva la gravità criminosa richiesta per la condanna, o anche perché, ammaestrati sommariamente a recitare la loro parte, la loro falsa testimonianza non aveva i necessari requisiti, essi delusero il Sinedrio. Finalmente vengono trovati due testimoni, che mantenevano l’accordo voluto dalla legge e che, testimoniando il falso dissero: “Noi l’abbiamo udito dire: distruggerò questo tempio fatto di mano d’uomo e in tre giorni ne riedificherò un altro, che non sarà fatto di mani d’uomo”. Queste parole erano state pronunciate da Gesù circa tre anni prima. all’inizio del suo ministero, dietro la richiesta di farisei che mostrasse un segno del cielo, che lo autorizzava a purificare il tempio, la loro testimonianza era falsa, non perché Gesù non avesse detto quelle parole, ma perché falsa era l’interpretazione che davano. Lo stesso Sinedrio sapeva che l’accusa era falsa, come risalta dal fatto che non più di 24 ore dopo, manderà a chiedere a Pilato delle guardie per il sepolcro di Gesù, proprio in base a quest’unica affermazione di Gesù circa la sua resurrezione (Matteo 27, 63). Però il loro capo d’accusa era molto grave, perché colpiva il sentimento religioso degli Ebrei in ciò che avevano di più caro, includeva un attentato alla maestà divina con la dichiarazione di voler distruggere la dimora terrestre di Dio e una affermazione di messianicità con il voler ricostruire un nuovo tempio senza aiuto umano. Tutti perciò si aspettavano una reazione di Gesù per controbattere le testimonianze, ma Gesù invece taceva; erano sufficienti le contraddizioni nelle deposizioni a rendere invalida l’accusa. La situazione diventava insostenibile per i giudici e questo spinse Caifa ad uscire dal suo ruolo puramente passivo di giudice equanime per tentare di far procedere la discussione, giunta a un punto morto. Simulando comprensione verso il prigioniero, il sommo sacerdote lo sollecitò a dichiararsi intorno alle deposizioni fatte. Le domande in realtà avevano lo scopo di trovare qualche elemento compromettente per portare il processo alla sua conclusione finale. Così, invitato a difendersi, Gesù tacque e non rispose nulla; capisce che non vale la pena discutere con dei giudici così prevenuti nei suoi confronti e così si chiude in un silenzio pieno di dignità. Questo ostinato silenzio di Gesù pone in imbarazzo Caifa, che vede cadere la seduta giudiziaria verso un insuccesso, costringendolo a fargli delle domande più precise che trasformano il processo in un dialogo tra il presidente e l’imputato, allo scopo di strappare al prigioniero una parola che lo rendesse reo di morte. Il sommo sacerdote introduce l’interrogazione con un solenne e formale scongiuro di dire la verità, cui nessun giudeo poteva sottrarsi, e che, nello stesso tempo, qualunque fosse stata la risposta, avrebbe sempre avuto esito fatale per Gesù; se manteneva le sue pretese messianiche era un bestemmiatore, religiosamente reo di punizione, se le sconfessava era un impostore che aveva cercato di sedurre le folle e perciò politicamente condannabile. «Ti scongiuro per l’Iddio vivente a dirci se tu sei il Cristo, il figliuol di Dio», o secondo Marco, «il figlio del Benedetto». La domanda del sommo sacerdote, e Luca lo fa chiaramente rilevare (22, 66.70), era duplice: quella della messianicità (Cristo) e quella della divinità (Figlio di Dio o del Benedetto: quest’ultima era una circonlocuzione ebraica per evitare il nome di Jahweh). La risposta di Gesù fu delle più chiare e formali: «Tu l’hai detto», questa formula è da se stessa una risposta affermativa, corrispondente nella nostra lingua all’analoga locuzione: “come dici tu”; « Sì lo sono»:. Così Gesù non respinge l’accusa del Sinedrio, e immediatamente: il sommo sacerdote si stracciò le vesti, dicendo: «Egli ha bestemmiato. Che bisogno abbiamo più di testimoni? Ecco, ora avete udito la sua bestemmia. Che ve ne pare?». Lo strapparsi le vesti era originariamente un segno di gran dolore, che in seguito divenne più un gesto rituale per simulare indignazione. Lo strappo riguardava la parte superiore della tunica, ed era stato regolamentato minuziosamente dai rabbini. Marco e Matteo parlano di “vesti”, che il sommo sacerdote si sarebbe stracciato, in quanto l’indossare più vesti o tuniche era segno di distinzione e di appartenenza agli alti ranghi sociali, e quindi ben si adattava al sommo sacerdote. Con questo gesto Caifa dimentica l’atteggiamento imparziale, richiesto alla sua qualità di giudice e cerca di influenzare i sinedriti per portarli a pronunciare il verdetto di condanna tanto desiderato. Questo incidente del processo rivela alcune ingiustizie.

Ogni parola di Caifa costituisce un’irregolarità: «Che bisogno abbiamo di testimoni?», mentre necessaria per al legge era la concorde testimonianza di due o tre testimoni; «Egli ha bestemmiato»: Caifa afferma e qualifica come bestemmia le parole di Gesù senza esame e discussione, ed emette il suo giudizio, primo di tutti i sinedriti, cercando di far pressione sulle loro coscienze con tutto il peso della sua autorità di sommo sacerdote e togliendo loro così la libertà di voto; «Che ve ne pare?»:è un’aggravante della medesima irregolarità, perché manifesta chiaramente la sua intenzione di imporre ad essi la sentenza che egli vuole e aspetta. Ed essi rispondendo dissero: «E’ reo di morte»:. Si tratta non di una condanna a morte, i Giudei non avevano questo diritto, avendolo Roma riservato alla sua giurisdizione, il sinedrio poteva solo arrivare a una constatazione che aveva meritato la morte, e che pertanto doveva essere deferito al tribunale civile romano per ottenere la ratifica di tale pronunciamento. Marco fa notare che tutti lo condannarono come reo di morte, ed anche qui abbiamo una nuova irregolarità, in quanto era formalmente prescritto ai giudici di dare il loro parere separatamente uno dopo l’altro, e attendere l’indomani, dopo una pausa di riflessione, prima di emettere il verdetto. Comunque, la seduta notturna del Sinedrio, per quanto presentasse la maggior parte dei membri, non era una seduta legale, e si risolveva solo in un primo processo per trovare il capo d’accusa da presentare a Pilato per la condanna di Gesù. Il Sinedrio infatti lo ritiene “reo di morte”, ma non pronuncia la sua condanna. Al mattino di buon ora, perciò, il Sinedrio si riunirà di nuovo per dare una parvenza legale al suo pronunciamento di morte, prima di deferire Gesù al tribunale di Pilato. Appena il Sinedrio sentenziò che Gesù era reo di morte, Gesù dovette subire una prima serie di insulti nella stessa sala dell’interrogatorio, sia da parte dei responsabili presenti, sia anche dalla servitù la quale forse approfittò del tacito consenso dei propri padroni per sputacchiarlo e urtarlo: “Allora gli sputarono in viso”. Lo sputare, in Oriente, fu sempre considerato l’espressione del ribrezzo e del disprezzo più grandi e come tale è per lo più considerato dalla Sacra Scrittura non deve stupire se inizialmente gli sputi su Gesù pervennero forse da alcuni sinedristi presenti. Le percosse inflitte poi sono designate con due termini diversi, che precisano assai bene la loro qualità di bassezza e grossolanità proprie della plebaglia: “ E gli diedero dei pugni; e altri lo schiaffeggiarono”. Infine, affidato alle guardie, perché lo custodissero fino al mattino. Queste continuarono gli oltraggi e li aggravavano con pugni e schiaffi sotto la parvenza di un gioco, che derideva le qualità profetiche del presunto Messia. Luca ricorda un particolare degli insulti che caratterizza meglio la scena: il velo con cui gli sbirri coprono Gesù perché indovini chi lo ha percosso: “E gli uomini che tenevano Gesù, lo schernivano, percotendolo; e, avendolo bendato, gli domandavano: Indovina, profeta, chi t’ha percosso“ Ora nella concezione popolare il profeta è una specie di indovino che sa tutto; niente di meglio quindi che mettere alla prova questa dote; perciò ricoperto con qualche straccio Gesù, lo colpivano duramente, interrogandolo di volta in volta perché rivelasse il nome di chi l’aveva percosso.

Pietro rinnega Gesù

van_honthorst_gerrit_502_the_denial_of_st_peterPietro, dopo esser fuggito come tutti gli altri, si riprese e, tenendosi a debita distanza con un certo timore e cautela, si diede a seguire il gruppo di coloro che avevano arrestato Gesù, arrivarono così dal sommo sacerdote. Con Pietro “seguiva Gesù un altro discepolo, che era noto al sommo sacerdote”;. Allora quest’altro discepolo che era noto al sommo sacerdote, uscì, parlò con la portinaia e fece entrare Pietro; ed entrato dentro si pose a sedere in mezzo alle guardie che avevano acceso un fuoco e si scaldavano in attesa di vedere come (il processo) andava a finire ». Si è molto discusso sull’identificazione di questo anonimo discepolo. In genere si ritiene che fosse lo stesso Giovanni apostolo, che nel quarto Vangelo si trincera sempre dietro l’anonimato. Né fa difficoltà il fatto che si qualifica come noto al sommo sacerdote, perché l’espressione in sé potrebbe significare solo che era noto a qualcuno dell’entourage del sommo sacerdote, perché, in effetti, non ci volevano profonde relazioni per accedere al cortile di un palazzo ordinariamente aperto a tutti, bastando una semplice conoscenza. A Gerusalemme il freddo nelle notti di primavera è ancora pungente. Pietro, per non dare nell’occhio, cercò di tenere un atteggiamento disinvolto, cercando di portarsi anche lui attorno al fuoco con gli altri, esponendosi perciò imprudentemente al pericolo. Tutti gli evangelisti concordano nell’affermare che fu una delle “serve del sommo sacerdote” a provocare il primo cedimento di Pietro, con la sola differenza che Giovanni pone la scena all’entrata del cortile, qualificandola come “serva portinaia”. Si vede che, dopo aver fatto entrare un estraneo (Pietro), su richiesta del discepolo anonimo, la serva diffidente o curiosa volle sapere chi fosse quell’individuo, insospettita forse pure dall’aria imbarazzata o da qualche altro particolare di Pietro e facendole balenare l’idea che l’estraneo avesse a che fare con Gesù, che si stava interrogando. Non potendo vederlo bene a causa dell’oscurità del vestibolo, lo seguì nel cortile “e lo riguardò in viso”, cioè lo fissò ben bene alla luce della fiamma, poi alla fine, confermata nei suoi sospetti, rivolgendosi a Pietro e ai presenti sbottò: «Non sei anche tu dei discepoli di quest’uomo?». Sorpreso e quasi stordito dal brusco attacco, Pietro perde la padronanza di sé e risponde: « No non lo sono!». La curiosità è tenace,  poco persuasa della risposta di Pietro, la “serva portinaia” continuò a fissarlo e a squadrarlo, poi con tono che non ammette replica, gli dice: «Ma sì, anche tu eri con Gesù di Nazareth! Anche tu eri con Gesù il Galileo ». Da notare il senso di disprezzo insito nell’appellativo di “Gesù il Nazareno, Gesù il Galileo”, ad indicare l’origine oscura e provinciale di Gesù. Poi la serva cominciò a dire ai presenti: «Costui è di quelli! ». Non ancora rimesso dalla prima emozione, Pietro trema, paventando che alcuni di quei militi, che erano attorno al fuoco, essendo stati nell’orto dove fu arrestato Gesù, potessero riconoscerlo. Perciò rispose: « Non lo sono… donna, io non lo conosco… Non so, né capisco quel che tu dici!».  La presenza di Pietro però attorno al fuoco non poteva non essere notata dai servi e dalle guardie che si riscaldavano. Chi era quello sconosciuto che non si era mai visto in quel luogo e che pareva vi si trovasse a disagio? Brontolii, sguardi scambiati furtivamente, tradussero subito l’impressione generale; poi uno degli astanti gli disse: « Anche tu sei di quelli». E molti altri ad insistere con una curiosità maligna e a ripetere la malaugurata domanda: « Non sei anche tu dei suoi discepoli? ». «O uomo, no! Non lo sono!», rispose Pietro con il tono più affermativo che potesse dare ad una voce che tremava, e poi, armandosi contro la paura, disse: «No, io non lo conosco!». Questa risposta parve contentare gli uomini che l’udirono. Ma una serva si mostrò più esigente, avendo visto e udito tutto, e, guardando Pietro con tono beffardo e scettico, mentre si volgeva verso tutti i presenti disse, come sicura del fatto suo: «Anche costui era con Gesù Nazareno». Pietro si vide perduto e, pensando che il silenzio sarebbe equivalso a tradirsi, decise di ricorrere ad affettare indignazione di innocente calunniato: giurando: «Non conosco quell’uomo!». Pietro comprese che la sua situazione si era fatta molta precaria, solo la fuga avrebbe potuto salvarlo da ulteriori cedimenti. Ma non ebbe il coraggio di fuggire per non aggravare la sua situazione: fuggire infatti sarebbe equivalso a confessarsi come un discepolo di Gesù, un mentitore e uno spergiuro. Perciò, fingendo indifferenza, rimase sul posto, mescolato alla servitù e agli.
Questa decisione lo rovinò completamente.
Trascorse del tempo, (per Luca circa un’ora) i presenti, che finora non avevano fatto alcuna attenzione al linguaggio di Pietro, ebbero il sospetto che la sua parlata fosse quella della gente di Galilea e che poteva fare un uomo di Galilea in quell’ora, nel palazzo del sommo sacerdote, se non fosse stato uno dei discepoli di Gesù? E’ la riflessione che fece ad alta voce uno dei presenti: «Certo, anche costui era con lui, poiché egli è Galileo ». Tutti furono d’accordo e uno dopo l’altro dissero a Pietro: «Per certo tu sei di quelli, perché sei poi Galileo». Sconvolto, quasi impazzito, Pietro moltiplica i suoi dinieghi: «O uomo, non so quel che tu dica. Non conosco quell’uomo che voi dite». Ma quelli insistono con domande e sarcasmi, e: «Per certo, tu sei di quelli, perché anche la tua parlata è di un Galileo ». Assalito da tutte le parti Pietro non regge più, ripete sempre le stesse frasi di non conoscere quell’uomo, di non essere uno dei suoi, quando ecco presentarsi di fronte un servo della casa del sommo sacerdote che lo guarda con rancore e in tono di collera gli dice: «Non t’ho io visto nell’orto con lui? »: era un parente di Malco, a cui Pietro aveva ferito l’orecchio con un fendente nel Getsemani. Un tal colpo finì per far smarrire completamente la ragione al povero Pietro, il quale prese ad imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo che voi dite ». Lo spergiuro non bastò più a Pietro. Poiché non si presta fede ai suoi giuramenti, la si presterà almeno alle sue imprecazioni e alle sue maledizioni mediante cui invoca sul suo capo la vendetta del cielo, se non dicesse la verità. Gli evangelisti fanno notare: come appena formulato il terzo rinnegamento, “un gallo cantò per la seconda volta”.  Pietro questa volta nota il canto del gallo e subito gli ritornarono alla mente le parole profetiche del maestro, pronunciate da lui alcune ore prima. Contemporaneamente si aprono le porte della sala delle udienze del sommo sacerdote e compare nel cortile Gesù, incatenato tra i soldati, che lo spingono e lo urtano, per condurlo in una sala bassa del palazzo perché vi fosse custodito fino al mattino. Gesù attraversando il cortile voltatosi, riguardò Pietro, questo sguardo tenero d’amore e di comprensione, di commiserazione e di fiducia, colpì Pietro, comprese l’enormità che aveva fatto, abbandonò il palazzo, ricordandosi delle parole di Gesù «Prima che il gallo canti oggi, tu mi rinnegherai tre volte ». E uscito fuori pianse amaramente.

Suicidio di Giuda

Di lì a poche ore un’altra tragedia si sarebbe compiuta: quella del suicidio di Giuda.

2Il-suicidio-di-GiudaGiuda, dopo il tradimento del Getsemani, aveva seguito Gesù nella casa di Hannah e di Caifa per vedere cosa sarebbe accaduto. Ma quando seppe che era stato giudicato reo di morte, si allontanò in preda ad atroci rimorsi. Forse sperava di poter entrare in possesso delle trenta monete d’argento senza recare grave danno a Gesù e pensando , come già altre volte, sarebbe riuscito a sottrarsi ai suoi nemici. Ma quando venne a conoscenza della condanna a morte e che sarebbe stato condotto da Pilato per la ratifica della condanna, “si pentì”, dice Matteo, di quello che aveva fatto. Ma non si trattò di vero pentimento, in quanto si pentì del male fatto a Gesù col facilitarne la condanna a morte, e non del male fatto per aver tradito il Figlio di Dio. Se non ci fosse stata la condanna a morte, non si sarebbe pentito. Resosi conto della gravità della colpa commessa, disperò del perdono divino. Andò girando per la città fino alle luci dell’alba in preda alla disperazione, quando giunse al tempio e si trovò nel cortile dell’altare dei sacrifici, dove erano parecchi sacerdoti occupati nei preparativi del sacrificio del mattino (alle ore nove circa). Con voce sorda disse allora ad essi: « Ho peccato tradendo il sangue innocente». Forse si attendeva da coloro che aveva servito qualche parola di conforto, qualche assicurazione che si era reso utile alla nazione e alla religione ebraica. Sorpresi, i sacerdoti, dopo un istante di silenzio, si consultarono tra loro e con piglio altero, incuranti della tragedia che si dibatteva nel suo animo, con disprezzo gli dissero: «Che c’importa? Pensaci tu ». E. ripigliando il lavoro, non gli prestarono attenzione, Giuda, allora, “lanciò i trenta sicli nel tempio”:, cioè nel luogo sacro, dove era permesso entrare ai soli sacerdoti, forse mentre i sacerdoti presenti vi si rifugiavano, non volendo più avere a che fare con lui. Giuda lascia il sacro recinto del tempio che comprendeva i cortili, i portici ecc. e si dirige verso la valle del Cedron.”era andato ad impiccarsi”. Il Vangelo di Matteo, unico che narri la fine di Giuda, non dice altro. Ma nel discorso con cui Pietro chiese al gruppo dei centoventi discepoli riuniti a Gerusalemme di dare un sostituto a Giuda (Atti 1, 18-19), aggiunge un particolare che completa col tratto più nero questa storia dolorosa. Essendosi spezzato il ramo, il corpo del traditore cadde a faccia avanti per terra e nella sua caduta si spaccò, e, per tradurre letteralmente la frase di Pietro, “crepò nel mezzo,  e la ferita lasciò sfuggire le viscere, che si sparsero per terra “.

1° Interrogatorio da Pilato

Abbiamo già detto che il processo, tenutosi durante la notte nella sala delle udienze del palazzo del sommo sacerdote, non aveva alcun valore legale perché tenuto di notte e in luogo diverso dalla sala del Sinedrio. Esso era servito soltanto per trovare, mediante testimonianze, le accuse da far valere contro Gesù. Per questo, per dare una parvenza di legalità al processo medesimo, il Sinedrio si riunì al mattino presto per decidere quali capi d’accusa presentare a Pilato, onde avere la ratifica della condanna a morte. Deve essersi trattato di un consiglio breve, non sappiamo se Gesù sia stato ascoltato nuovamente, il che pare improbabile, terminato il consiglio, “legarono Gesù, e lo consegnarono al governatore Pilato“, cui aspettava la ratifica della condanna a morte.
Così Gesù dovette subire un terzo processo.
Era costume dei tribunali romani, infatti, trattare le cause criminali di buon mattino. Il governatore era Pilato, (l’evangelista Matteo dice che Pilato era “governatore”, termine generico popolare, mentre il suo titolo era quello di “procuratore”) un tipo arrogante e ambizioso, un debole e un irresoluto, che disprezzava i giudei e che si preoccupava solo di piacere a Roma e di godere della benevolenza di Tiberio. Egli non teneva in alcun conto le aspirazioni religiose e i sentimenti nazionalistici degli ebrei; anzi godeva nel tormentarli e, nel caso di sedizioni, di schiacciare nel sangue con la forza ogni tentativo di ribellione, come attesta lo stesso Gesù (Luca 13, 1-2).  I giudei perciò lo ripagavano di eguale moneta; non avendo alcuna simpatia per lui e i capi non gli concedevano il loro favore. Bisognava pertanto che l’odio degli scribi e gran sacerdoti contro Gesù fosse ben forte e violento, perché essi si piegassero a ricorrere con tanta insistenza a Pilato, la cui autorità era tanto odiosa, e che essi disprezzavano cordialmente come uomo. “Gesù fu condotto al pretorio di Pilato”: parola che non indicava allora, come lo è oggi, l’edificio esclusivamente riservato alle assise della giustizia, perché si chiamava così anche l’abitazione del procuratore. L’evangelista Giovanni fa un’importante precisazione ed è che i sinedriti non entrarono nel pretorio per non contaminarsi, e così poter mangiare la Pasqua. Stando quindi a Giovanni, la Pasqua quell’anno fu celebrata il venerdì sera. Quindi Gesù, avendola mangiata il Giovedì, avrebbe anticipato liturgicamente la Pasqua giudaica, celebrando un pasto pasquale, durante il quale ha istituito la cena cristiana. Allora Pilato, non volendo urtare, in occasione della grande festa di pasqua, la suscettibilità dei giudei, si alza dal suo seggio seguito da Gesù e va verso i giudei, che sostano nella piazza antistante il suo palazzo.  Quindi chiede loro: « Quale accusa portate contro quest’uomo?» e la sua voce dovette avere una punta di malumore e di disprezzo, perché essi, colpiti nel loro orgoglio, gli rispondono con impertinenza: « Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani» Pilato accetta subito la sfida e con ironia altezzosa risponde: «Allora, pigliatelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge»: egli sa che la legge romana ha tolto loro il diritto di infliggere la pena capitale e che vogliono la condanna a morte di Gesù, infatti, il “jus gladii” è un diritto della sovranità, ma Israele non la possiede più, perché ne è stata spogliata da Roma e sono i suoi capi stessi ad affermarlo. Senza esitare, i sinedriti gridano: « A noi non è lecito far morire alcuno»: e subito continuano: « Abbiamo trovato costui che sovvertiva la nostra nazione e che vietava di pagare i tributi a Cesare, e diceva di essere lui il Cristo re ». Così le accuse formulate contro Gesù sono raggruppate abilmente in tre capi principali. Di esse però la seconda (impedire di pagare il tributo a Cesare) è senz’altro un travisamento calunnioso dei fatti ; le altre due, invece, sono falsificazioni malevole del messianismo puramente religioso di Gesù. Tutto ciò non poteva lasciare indifferente Pilato, già ombroso per natura, su cui incombeva l’obbligo di mantenere l’ordine in nome di Roma. Udita, pertanto, l’accusa, Pilato rientra nel pretorio, e inizia con Gesù l’interrogatorio che verte essenzialmente sulla terza accusa: aver voluto farsi re. E chiede a Gesù: «Sei tu dunque il re dei Giudei?». Da notare che i sinedriti avevano accusano Gesù semplicemente di volersi fare re e di ribellarsi ai Romani,.è Pilato ad aggiungere con un senso di disprezzo e di ironia sia verso i Giudei che verso Gesù, l’espressione “dei Giudei”, e questo è in tono col suo carattere duro e crudele, che si sentiva sicuro della sua irresistibile forza militare per far tacere ogni sommossa. Alla domanda che gli viene posta, Gesù, secondo i Vangeli sinottici, risponde: «Sì, lo sono!», che però non traduce con esattezza il testo, il quale reca: «Tu lo dici»: frase che è stata diversamente spiegata dagli studiosi, Secondo alcuni, Gesù né approverebbe né disapproverebbe ciò che Pilato aveva chiesto, quasi avesse voluto dire: Sei tu che lo dici, ma io non affermo né nego nulla in proposito; secondo altri, questa posizione è più logica e naturale. In Giovanni invece la risposta di Gesù è inquadrata in un serrato dialogo tra il giudice e l’imputato, durante il quale Gesù precisa in quale senso deve essere intesa la sua regalità. Perciò, secondo Giovanni, la risposta è stata: « Dici tu questo di tuo oppure altri te lo hanno detto di me?». Che cosa volle intendere Gesù? E’ evidente che Pilato non avrebbe potuto sapere che Gesù si diceva il Messia, se non lo avesse appreso dagli altri. Sembra pertanto che il senso delle parole di Gesù sia questo: La tua intenzione nell’interrogarmi è quella di arrivare a sapere se io sono realmente il Messia, oppure vuoi sapere se io ho veramente insegnato che sono il Messia, il re dei Giudei?. Pilato, nel suo scetticismo, non vuole cadere in simili sottigliezze cavillose e perciò gli risponde: «Sono io forse giudeo?», quasi a voler dire: solo i giudei dalla mente gretta e limitata possono prendere sul serio queste vane questioni religiose. E, girando la questione, aggiunge: « La tua nazione e i capi sacerdoti ti hanno messo nelle mie mani; che hai fatto? ». Gesù a sua volta riporta Pilato al soggetto che vorrebbe eludere e gli dice: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero, perché io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui». Vivamente impressionato Pilato l’interrompe: «Ma dunque, sei tu re?». Gesù gli risponde con voce grave: «Tu lo dici: io sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto al mondo, per testimoniare la verità. Chiunque è per la verità, ascolta la mia voce».Nella lingua ebraica e nello stile biblico “essere per la verità” significa desiderarla, cercarla, per farne la norma di vita. Ma Pilato è uno scettico, e, come tale, sa che non esiste verità al mondo,. e pertanto con tono quasi ironico, dice a Gesù: « Che cos’è verità?». Appena Pilato ebbe detto a Gesù: « Che cos’è verità?», andò di nuovo verso i Giudei. Probabilmente convinto che la verità non esiste, e che piuttosto sia quella che ognuno di noi si fa, si crea. Essi avevano formulato contro Gesù tre capi d’accusa, ma non avevano potuto fornire la minima prova e, indicando Gesù al popolo: «Io non trovo alcuna colpa in quest’uomo ». Con ciò il procuratore gli annunzia che non c’è luogo a procedere contro Gesù. E’ la prima sentenza pronunziata in questo processo da un giudice senza preconcetti.  Un profondo silenzio accoglie le parole di Pilato, che, per sua natura non sa trarre le conseguenze del suo verdetto di innocenza e per paura di fare un gesto d’autorità non aggiunge di ordinare che subito Gesù venga rimesso in libertà. Questa perplessità non sfugge ai capi sacerdoti e ai dottori, che, eccitati da Caifa, alzano la voce, ripetono le accuse. Alle loro recriminazioni si aggiungono i clamori della folla, tra cui molte sono le guardie del tempio, i servitori di sacerdoti, gli scribi e gli anziani. Gesù sente le calunnie dei capi d’Israele, le grida della folla e non pronunzia una parola, non fa un solo gesto di diniego e Pilato se ne stupisce e gli dice: « Non rispondi nulla? Non odi di quante cose t’accusano?». Ma Gesù tace! Anche Pilato tace, è esitante, non sa a qual partito appigliarsi e davanti a questa esitazione, i capi d’Israele gridano sempre più forte: «Egli solleva il popolo, insegnando per tutta la Galilea; ha cominciato dalla Galilea ed è giunto fin qui». Questa parola “Galilea” è stata indubbiamente pronunciata per spaventare il procuratore romano, che ben sa di quali uomini rudi, tenaci e fomentatori di sollevazioni contro Roma essa sia formata.  Pilato si spaventa, ma vi vede pure un mezzo di uscire dall’imbarazzo con abilità e onestà. Gesù era di Galilea, allora è bene rimettere la causa al giudizio di Erode, tetrarca della Galilea.  Così, saputo che Gesù era della giurisdizione di Erode, decise di rimetterlo al giudizio di Erode, anch’egli a Gerusalemme in quei giorni».

Interrogatorio da Erode.

Erode Antipa era il figlio minore di Erode il Grande e di Malthake. Indicato dal padre come suo successore, dovette accontentarsi di sovrintendere alla sola Galilea e la Perea col titolo di “tetrarca”. Dall’evangelista Marco è chiamato re, ma probabilmente si tratta solo di una denominazione popolare, poiché non fu mai insignito di questo titolo. Fu amante del lusso e dedito ai piaceri, come tutti quelli della sua stirpe, ma, essendo uomo astuto e ambiziosissimo, seppe barcamenarsi sempre abilmente, sostenendo la sensibilità dei Giudei contro il procuratore romano Ponzio Pilato. Nei Vangeli si parla di lui nell’occasione della morte di Giovanni il Battezzatore, che fece decapitare, e poi in occasione del processo di Gesù verso cui ebbe solo sentimenti di disprezzo e di curiosità. Erode come vide Gesù, se ne rallegrò, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare di lui; sperava di vedergli fare qualche miracolo. Perciò, assumendo un tono molto benevolo, quasi bonario gli rivolse molte domande, probabilmente sul suo insegnamento, sui suoi scopi, donde gli venisse il potere di compiere i più stupefacenti miracoli e di farne qualcuno in sua presenza, quasi Gesù fosse un giocoliere.
Gesù ascolta e tace.
Sempre più sorpreso, incapace di comprendere i motivi di quel silenzio, umiliato per il suo insuccesso, Erode esita, non sapendo su qual terreno condurre l’interrogatorio. I sinedriti allora alzano la voce, rinnovando le loro menzogne e calunnie. Dice il Vangelo di Luca: “I capi sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza“. Ma Gesù tace sempre!Erode, non volendo manifestare la sua collera per il silenzio sprezzante che Gesù gli ha riservato, cercò di prendere la cosa a riso e di ripagare Gesù con la stessa moneta, cioè col coprirlo di disprezzo. Con i suoi soldati, dopo averlo vilipeso e schernito, prese una veste e lo vestì di un manto splendido, che indossavano i re nelle cerimonie ufficiali, e vestito come re da strapazzo lo rimandò a Pilato. Erode dunque rimanda Gesù a Pilato, non avendo trovato in lui alcuna colpa degna di condanna, ma solo un sognatore, un visionario.

2° interrogatorio Pilato

Pilato allora prende nuovamente posto in tribunale, detto in aramaico “Gabathà”, che vuol dire: luogo elevato, con voce lenta e grave il procuratore riassume così la situazione: «Voi mi avete fatto comparire dinanzi quest’uomo come sovvertitore del popolo; dopo averlo esaminato in vostra presenza, non ho trovato in lui alcuna delle colpe di cui l’accusate; e neppure Erode, poiché egli lo ha rimandato a noi; egli non ha fatto nulla che sia degno di morte, dopo averlo fatto fustigare, lo rimetterò in libertà». Il verbo tradotto “fustigare”, significa innanzi tutto: allevare un fanciullo, poi, per una serie di significati derivati: correggerlo, castigarlo, fustigarlo, essendo la frusta l’ordinario strumento in quei tempi di correzione dei fanciulli. Il discorso di Pilato è abile. In poche frasi brevi, precise, mette in luce l’innocenza di Gesù e in modo che nessuna contraddizione è possibile. Tuttavia, per quanto abile, tale discorso non manca di rilevare una palese ingiustizia. Si dice che “Gesù non ha fatto nulla che meriti la morte”, lasciando capire che Gesù ha commesso altre colpe degne di castigo meno severo. E’ la prima ingiustizia a cui segue la seconda: Gesù sarà fustigato. Perché un tal castigo, se colpevolezza non esiste? La verità è che Pilato dà ascolto a quella cattiva consigliera che è la paura. La speranza di Pilato dura poco. Le sue parole e la sua decisione di fustigare Gesù non soddisfano il popolo, che mormora e si agita. Pilato allora, sempre nell’intento di lasciar libero Gesù, ricorre a un altro mezzo, a ogni festa di Pasqua egli liberava loro un carcerato (una forma di amnistia per accattivarsi la benevolenza del popolo), qualunque chiedessero. C’era allora in prigione un tale chiamato Barabba, insieme ad altri suoi complici avevano commesso un omicidio per motivi politici. E disse loro: «Voi avete l’usanza, che io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi Gesù, il re dei Giudei o Barabba?».  Pilato non aveva terminato di parlare, che un servitore gli si accostò e gli trasmise un messaggio della moglie, che diceva: « Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno a cagione di lui ». La tradizione chiamò la moglie di Pilato, Claudia Procula o Procla.
Essa, in altri termini, chiedeva al marito di non occuparsi di questo affare.  Inoltre, chiama Gesù “giusto”, il che dice molto di più del fatto che lo ritenesse innocente; ai suoi occhi, era, secondo la concezione romano-pagana, un uomo divino, un santo.  Come poteva sapere Procula che Gesù era giusto? Forse aveva avuto notizia dei suoi miracoli, dei suoi discorsi, delle sue discussioni e della sua entrata trionfale a Gerusalemme. Il fatto è, che nelle prime ore del giorno, quando i sogni secondo gli antichi, avevano particolare importanza come presagi ebbe un sogno penoso circa questo personaggio, che lei riteneva giusto, cosicché, appreso che era stato tradotto dinanzi al tribunale di suo marito, fu colpita dalla coincidenza e si affrettò ad inviare un messaggio pressante al marito stesso. Il procuratore nel momento in cui ricevette il messaggio, credeva forse di aver salvato Gesù con lo stratagemma della liberazione pasquale, e quindi con molta  probabilità incaricò il suo messaggero di tranquillizzare la moglie.
Purtroppo non fu così.
Alla sua rinnovata richiesta: «Quale dei due volete che io ponga in libertà: Gesù o Barabba? », «Barabba», gridò subito la folla, che i membri del Sinedrio e gli uomini influenti loro complici avevano avuto il tempo di persuadere. Infatti, dice Luca:, gridarono tutti insieme: «Fa morire costui e liberaci Barabba!».  Ciò che può sembrare strano è che questa folla, fino ad allora simpatizzante per Gesù e che pochi giorni prima aveva acclamato entusiasticamente durante il suo ingresso messianico a Gerusalemme, abbia cambiato così presto opinione, lo sconfessa brutalmente, abbandonandolo alla propria sorte.  Vari sono i motivi che possono aver concorso a tutto questo.  Forse il vedere un Messia incatenato e denunciato davanti al procuratore in stato di arresto come un malfattore e sobillatore del popolo; forse la folla era costituita in maggior parte di uomini scalmanati venuti dalla plebaglia e dipendenti dal Sinedrio; forse il fatto che Barabba, avendo commesso un omicidio di carattere politico, era ritenuto dal popolo più accetto, quasi un eroe.  Fatto sta che il tentativo di Pilato di liberare Gesù è così fallito. Il processo da tribunale si muta in assemblea di popolo; e il procuratore romano lentamente si avvia a decretare il destino di Gesù unitamente alla plebaglia di Gerusalemme.  Udita la scelta della folla, Pilato torna alla sua idea velleitaria di salvare Gesù, ma in modo malaccorto, perché si rivolge alla folla punzecchiando il suo nazionalismo popolare con l’attribuire a Gesù il titolo di “re dei Giudei”: « Che volete voi dunque che io faccia del re dei Giudei, di Gesù, chiamato il Cristo? ». Così, invece, di giudicare l’imputato, attende la risposta della folla scatenata.  E la folla lo comprende e, inorgoglita da quella capitolazione, si mise a gridare: «Sia crocifisso!», poiché essa sapeva bene quale fosse il genere di morte dei condannati alla pena capitale presso i romani.  Pilato discutendo così con la folla e parlamentando con essa, manifesta la sua debolezza.  I sinedriti se ne avvedono e se ne avvalgono per fare pressioni sui presenti in modo da intimidire il governatore con grida minacciose e incalzanti: «Crocifiggilo, crocifiggilo! »  E per la terza vola Pilato chiese loro: «Ma che male ha  fatto? Io non ho trovato nulla in lui che meriti la morte,  dopo averlo castigato, lo libererò». Ma essi insistevano con gran grida, chiedendo che fosse crocifisso. Pilato , scrive Giovanni, ordinò di prendere Gesù e di flagellarlo.

La flagellazione

Caravaggio_flagellationIn nessuna parte del codice penale ebraico si fa menzione di questa punizione, tutt’al più è permesso che padroni e sovrani dal cuore duro la usavano verso i servi e sudditi, ma non era una pena legale. I delitti di ordine secondario erano puniti con le bastonate, il cui numero era determinato dal giudice e proporzionato alla gravità del delitto commesso. Questo supplizio era infamante e poteva essere inflitto anche a uomini liberi. L’uso della flagellazione si introdusse in Palestina sotto l’influsso greco-romano. Mentre gli ebrei non superavano nella flagellazione il numero di 40 colpi, che i farisei per scrupolo farisaico limitarono a 39, per tenersi più sicuramente nei limiti prescritti. Presso i romani la flagellazione era un preludio alla pena capitale e il numero dei colpi era lasciato all’arbitrio del giudice. Per attuare questo supplizio si usava il “flagellum”, frusta a sottili cinghie di cuoio a nodi, o il “flagrum”, frusta a strisce di cuoio con alla punta ossicini o palline di piombo appaiate. Gli effetti di tale supplizio erano terribili e sovente i disgraziati crollavano morti mentre lo subivano. Appena Pilato ebbe dato l’ordine della flagellazione, i soldati afferrano Gesù, lo trascinano nel luogo del pretorio riservato a quel supplizio, lo spogliano delle sue vesti (il mantello rosso postogli sulle spalle da Erode e la tunica tessuta in un sol pezzo da Maria, sua madre) e sul dorso nudo di Gesù i carnefici in numero di due, quattro e anche sei, senza pietà e con abilità diabolica fanno piombare i loro colpi, tracciando ovunque solchi dolorosi, profondi e sanguinanti. Al divertimento invitano “tutta la corte “. Finita la flagellazione, mentre Pilato tardava a comparire nel pretorio, i soldati cominciarono a farsi beffe di Gesù, e, ricordandosi che si era proclamato re, iniziarono una orribile parodia. Fra le insegne dei re vi erano il manto purpureo, lo scettro e la corona d’oro e i soldati adornarono Gesù con i surrogati di queste tre insegne: gli misero addosso un manto scarlatto; una canna nella mano destra e intrecciata una corona di spine, gliela misero sul capo. Con molta probabilità la corona avere la forma di una specie di calotta, ricoprente tutto il capo, composta da un’armatura di giunchi, su cui furono intrecciati dei rami spinosi, che i soldati dovettero avere a portata di mano, poiché di essi si servivano per alimentare il fuoco dei loro bivacchi. Inizialmente questa corona non fu intesa dai soldati come strumento di tortura, ma di derisione, come gli sputi e gli scherni, a cui in seguito la crudeltà dei soldati aggiunse anche quello di strumento di dolore. L’investitura regale di Gesù era così terminata. Ma ogni monarca ha la sua corte, che lo riverisce e gli rende omaggio, ed ecco allora i soldati sfilare davanti a Gesù ad uno ad uno, inginocchiarsi dinanzi a lui, dicendo: «Salve, re dei Giudei!», e accompagnando queste frasi derisorie con lo sputargli addosso e colpendo il capo con la canna. Durante i Saturnali, il carnevale romano, si sorteggiava fra i condannati a morte, un re da burla a cui tutti per una settimana dovevano scherzosamente obbedire, alla fine del suo effimero regno veniva ucciso. Le scene di derisione e l’incoronazione di spine, dal racconto della passione del Cristo sono da mettere in relazione con questo “gioco del re”?  Il dileggio durò per un po’ di tempo, finché Pilato, rientrato nel pretorio, si fece condurre innanzi Gesù.

3°Interrogatorio di Pilato

ecce-homo-antonio-ciseriAlla vista di Gesù in uno stato così miserevole, decise di tentare ancora una volta la via di salvarlo, ritenendo che il popolo si intenerisse a quello spettacolo. Fiducioso nel successo della sua tattica, uscì dall’interno del pretorio e indirizzandosi alla folla disse: « Ecco, ve lo porto fuori affinché sappiate che non trovo in lui alcuna colpa». In quel momento, scortato da due soldati, apparve Gesù portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato allora, mostrandolo con la mano disse loro: «Ecco l’uomo!».  Contrariamente a quanto normalmente si pensa, la frase, così concisa, non ebbe certamente lo scopo di commuovere la folla. Pilato conosceva molto bene i sentimenti delle masse scatenate, che ben difficilmente si piegano a sentimenti umanitari verso coloro che odiano. Egli pertanto mirò soprattutto a convincere i Giudei che l’imputato non era né colpevole né pericoloso e che pertanto per lui, come giudice, la causa era finita. Anche questa volta però Pilato, ha sbagliato tattica. I Giudei, riuniti nella piazza, comprendono chiaramente ciò che Pilato vuole, ma i capi sacerdoti vi scorgono un pericolo, per questo si mettono a gridare, seguiti dalle guardie: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!».  Pilato, deluso da questo nuovo insuccesso, si riprende abilmente e in modo sarcastico sferza gli accusatori, invitandoli e a risolvere loro, secondo i propri desideri il caso dell’imputato, dal momento che lui non vi trova colpa alcuna: « Prendetelo voi e crocifiggetelo; perché io non trovo in lui alcuna colpa ».  E’ evidente l’intento ironico del procuratore, che non intende sicuramente trasmettere a loro il potere di giustiziare Gesù. Infatti, non riuscendo a ridurre gli Ebrei a ragione, Pilato li deride, invitandoli a compiere loro ciò che in realtà non possono fare, essendo privi della “jus gladii”. I Giudei non fanno caso al sarcasmo del procuratore; in quel momento c’è qualcosa che preme loro di più: strappare la condanna di Gesù, ottenendo così anche lo scopo di umiliare la tracotanza del procuratore. Insistono perciò nella loro richiesta di morte, ma questa volta, visto che l’accusa di carattere politico non ha sortito l’effetto desiderato, cercano di forzargli la mano, ripiegando su un’accusa di carattere religioso, ben sapendo quanto i romani fossero rispettosi degli usi e dei costumi, specie religiosi, dei popoli sottomessi. Sotto l’incitamento dei capi, la folla accusa Gesù di essere un bestemmiatore: «Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge egli deve morire, perché egli s’è detto Figlio di Dio ». Questa nuova accusa colpisce profondamente Pilato ed ottiene un effetto ben diverso da quello che gli accusatori si proponevano.  Egli infatti l’intende nell’unico senso possibile ad una mentalità pagana, e cioè che Gesù si è spacciato per un essere soprannaturale, divino.  E tra i pagani era diffusa la mentalità o credenza che persone dotate di poteri soprannaturali, di semidei, figli di divinità, erano, come tali, capaci di creare grattacapi a coloro che li molestavano. Dice il Vangelo che quando Pilato ebbe udita questa cosa, temette maggiormente, e rientrato nel pretorio, fece venire con sé Gesù per indagare sulla sua vera natura ed esser certo se fosse veramente un essere soprannaturale:  Disse perciò a Gesù: «donde sei? ». Ma Gesù non gli diede alcuna risposta. Questo silenzio di Gesù non è da intendersi nel senso che egli non abbia voluto manifestare a un pagano il mistero della sua origine, ma nel senso che questo mistero divino è comprensibile soltanto con la fede; fede che Gesù non riscontrava nel pagano Pilato, ma solo curiosità, perciò tacque.  Pilato fu sorpreso da un simile silenzio che non aveva mai riscontrato in altri imputati, e perciò gli disse: « Non mi parli? Non sai che ho potestà di liberarti e potestà di crocifiggerti?».  Gesù con calma e pieno dominio di sé, rispose all’affermazione del magistrato, ricordandogli che ogni potere viene a lui dall’alto: «Tu non avresti potestà alcuna contro di me, se ciò non ti fosse stato dato da alto; perciò chi mi ha dato nelle tue mani, ha maggior colpa». E’ certo che con questa risposta Gesù voleva far presente al romano la verità che ogni autorità umana trova la sua fonte originaria, non nei poteri del mondo, ma in Dio e che pertanto è davanti a lui che ognuno deve rispondere alle proprie responsabilità. Questa affermazione convince Pilato e lo conferma ancor più nel proposito velleitario di liberarlo: Da quel momento Pilato cercava di liberarlo, e quel “cercava” suppone sforzi e tentativi reiterati.  Ma i Giudei, abbandonando l’accusa religiosa, che Gesù si era dichiarato Figlio di Dio, ritornano alla primitiva di ordine socio-politico, aggiungendovi l’intimidazione di denunciare il procuratore a Cesare come connivente dei ribelli e nemico dell’impero: « Se liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, si oppone a Cesare». La designazione “amico di Cesare” era un’espressione tecnica ed ufficiale usata correntemente per i magistrati imperiali. L’insinuazione ottiene immediatamente l’effetto.  Di fronte alla prospettiva di una denuncia alla corte imperiale, Pilato capitola immediatamente e i Giudei hanno partita vinta.  Del resto Pilato aveva delle buone ragioni per temere del suo posto: si era fatto detestare per la sua tirannia e per le sue esazioni e sapeva che un sovrano ombroso come Tiberio, che non voleva che la pace delle province venisse turbata da errori e malversazioni degli amministratori, non gli avrebbe perdonato la minima debolezza politica. Ma al timore di Cesare s’aggiunge nell’animo del procuratore un sentimento d’irritazione profonda per i Giudei che lo richiamano alla fedeltà verso Cesare. Pilato, udite queste parole, (era circa l’ora sesta», cioè mezzogiorno) e con l’ironia più amara e altera, rivolto alla folla, dice: «Ecco il vostro re! », non sperando più di indurre il popolo a ritrattare le accuse e desideroso di vendicarsi per essere stato costretto a capitolare. La risposta del popolo è sempre la medesima ed esplode in grida ostinate e piene di odio: «Toglilo, toglilo di mezzo, crocifiggilo! ». Pilato, visto che l’affermazione di Gesù come re irrita la folla all’inverosimile, ne approfitta per punzecchiarla ancora e replica con un’interrogazione ironica: « Crocifiggerò io il vostro re?». La risposta, per bocca dei capi sacerdoti , della massa eccitata è davvero sconcertante: «Noi non abbiamo altro re che Cesare!».  Gli Ebrei, che si erano sempre gloriati di essere il popolo di Jahweh, fedeli al suo regime teocratico, pur di non sentire parlare di Gesù re, ripudiano le loro preziose prerogative e si dichiarano sudditi di quell’odiato imperatore romano, che li teneva soggiogati. Pilato, tenace, sembra conservare in cuore una vaga speranza di salvare ancora Gesù. Ma subito le sue illusioni cadono, ed è costretto a riconoscere l’inutilità delle sue mezze misure e della sua vile condotta. Vedendo che non riusciva a nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della moltitudine, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi»: con questo suo gesto simbolico, Pilato rese manifesto di non poter dichiarare Gesù colpevole e di cedere solo alla pressione dei Giudei. Il suo comportamento però non trova un’esatta coincidenza con i costumi giudaici o romani, specie con quest’ultimi, poiché con l’atto simbolico rifiuta di assumere la responsabilità di ciò che sta per fare, il che contraddiceva appunto alla prassi giudiziaria romana con la quale i magistrati solevano assumere piena responsabilità dei propri atti. Pilato, ancor prima di consegnare Gesù alla morte, si dice pronto a versare il sangue innocente, e protesta di fare questo atto solamente sotto la pressione dei Giudei, ma per un superstizioso timore vuole allontanare le eventuali funeste conseguenze della sua azione. A questo punto la folla non solo intese assumersi la responsabilità della morte di Gesù davanti all’imperatore Tiberio, ma addirittura davanti allo stesso Jahweh, e gridò: « Il suo sangue sia sopra noi e sopra i nostri figli».  Questa frase, riferita in modo stereotipato, è propria della Sacra Scrittura, ed è piena di forte energia in quanto si tratta di un giuramento che ingloba anche la discendenza giudaica, il che naturalmente non significa che di quell’atto siano da considerarsi responsabili tutti gli Ebrei del tempo e la loro discendenza ai nostri giorni.  Da notare poi che finora Matteo ha sempre parlato di “folla” e di “capi dei sacerdoti”, mentre qui si parla di “popolo”, molto probabilmente per indicare che il popolo ebraico si è maledetto da sé, assumendosi la responsabilità del sangue del Messia e così è decaduto dai suoi privilegi per lasciare il posto al nuovo popolo di Dio: la Chiesa.  Sulla piazza del pretorio, il popolo, sicuro ormai di aver partita vinta, ha riacquistato un po’ di calma; Pilato, sempre seduto in tribunale, lo consegnò loro perché fosse crocifisso.  Deve aver certamente ordinato al littore, secondo la prassi, di preparare la croce: “I, lictor, expedi crucem”. E, rivolto a Gesù, deve avergli detto: “Ibis ad crucem”, andrai sulla croce! La condanna a morte per crocifissione fu confermata.

La crocifissione

queigiorniVenne quindi condotto al Golgota tradotto in greco: cranio o testa e in latino: calva o calvaria, donde il nome Calvario. Secondo una leggenda, il nome Calvario, deriverebbe dal cranio di Adamo seppellito in quel luogo per essere lavato dal sangue di Cristo. Per questo l’iconografia cattolica si è fatta eco di tale interpretazione adamitica del Calvario, ponendo ai piedi delle immagini del crocifisso un teschio con due tibie.  Mentre il condannato andava al luogo dell’esecuzione, si appendeva al suo collo oppure veniva portata innanzi a lui una tavoletta sulla quale stava indicata la ragione della sua condanna e questa veniva poi fissata sulla croce. Si ignora l’esatta formula della motivazione della condanna di Gesù, perché gli evangelisti ne indicano quattro diverse. Matteo dice: «Questo è Gesù, re dei Giudei»; Marco, a sua volta in forma più breve: «Il re dei Giudei »; Luca invece: «Questo è il re dei Giudei»; Giovanni infine: « Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Queste divergenze hanno dato luogo a parecchie ipotesi: si avrebbe nei Vangeli di Luca e Matteo l’iscrizione greca; in quello di Marco l’iscrizione latina per la sua brevità e concisione. Giovanni dice che l’iscrizione era in ebraico, in latino e in greco . Le formule greche e latine dovevano essere una traduzione dell’ebraica, cosicché l’unico e vero testo sembra essere quello di Giovanni. Tuttavia i quattro evangelisti sono concordi su un fatto essenziale e cioè che l’iscrizione conteneva le parole “Re dei Giudei”. Ed è facile comprendere come questa forma di titolo, scelta da Pilato per Gesù, fosse nello stesso tempo uno scherno per gli Ebrei. Molti dunque dei Giudei lessero queste iscrizioni, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città. Perciò i capi sacerdoti dei Giudei dissero a Pilato di non scrivere “il re dei Giudei”, perché egli ha detto: “io sono re dei Giudei”. Ma Pilato, troppo contento di potersi vendicare in tal modo e ironicamente di coloro che avevano strappato alla sua debolezza una condanna ripugnante alla sua coscienza, fu irremovibile e disse loro: «Quel che ho scritto, ho scritto». Il corteo si arresta, si preparano corde, chiodi, martelli e gli altri strumenti del supplizio,  viene offerto a Gesù da bere del vino mescolato con mirra (dice Marco), con fiele (dice Matteo)». Chi ha offerto questa bevanda a Gesù?  Leggendo i Vangeli che dicono: “gli dettero a bere” (Matteo), “gli offersero da bere” (Marco) sembra che essa sia stata offerta a Gesù non dai soldati, ma da estranei. Presso gli orientali era usanza aromatizzare il vino con mirra, che dava alla bevanda maggiore calore, lasciando però un sapore amaro. Il termine tradotto “fiele” significa pure cosa amara.  Il vino mirrato o mescolato con l’incenso era ritenuto dagli Ebrei una bevanda inebriante tale pozione era data ai suppliziati con uno scopo umanitario nell’intento di intontirli leggermente e così lenire i dolori. Ma Gesù “non volle berne “, dopo “ averla assaggiata “, come dice Matteo, quasi a rilevare che Gesù apprezzò quel gesto di bontà. Quando si tratta di precisare il momento centrale della crocifissione, gli evangelisti sono molto laconici e concisi, limitandosi tutti a dire: «lo crocifissero». La crocifissione era il supplizio più infamante e crudele in quanto il condannato era abbandonato, in una posizione che infliggeva torture atroci, alla fame, alla sete, ai cani, agli avvoltoi. Era il castigo degli schiavi per le mancanze più gravi, mentre i cittadini romani non potevano in alcun modo venire appesi alla croce e i provinciali erano condannati a questo supplizio solo per determinati crimini, come ad esempio quello di sedizione. Gli Ebrei conoscevano solo il sistema di appendere il corpo di un uomo già morto. A Roma il condannato portava ordinariamente solo la parte orizzontale (patibulum) della croce. Non si sa quale fosse esattamente l’uso orientale, e quindi non si può dire con sicurezza se Gesù abbia portato solo il patibulum o l’intera croce.. Nessun evangelista ci ha lasciato una descrizione particolareggiata del modo con cui Gesù fu appeso alla croce. Tutti si limitano, infatti, solo a ricordare che fu crocifisso, senza aggiungere alcun dettaglio, per cui possiamo fare solo delle congetture, basandoci sui costumi del tempo e sulle più antiche testimonianze al riguardo. Innanzi tutto per essere crocifisso Gesù fu spogliato delle sue vesti. Fu lasciato completamente nudo? Certamente no, se si attennero agli usi locali. I costumi giudaici erano su questo punto particolarmente severi: gli uomini dovevano essere coperti davanti, le donne davanti e di dietro. Ma queste usanze vennero osservate per Gesù? Si vorrebbe poterlo affermare, ma disgraziatamente era uso presso i Romani di crocifiggere nudi i condannati a morte e noi sappiamo che la crocifissione di Gesù fu opera dei Romani.

Quanto al modo, in cui venne crocifisso, è probabile che sia stata seguita la prassi romana. Gesù, disteso a terra, fu dapprima inchiodato nudo a braccia aperte sul legno trasversale della croce, che veniva poi assicurato al legno longitudinale, già infisso sul terreno, mediante trazione di funi, dopo di che venivano inchiodati i piedi.

La tradizione raffigura sempre Gesù crocifisso con un appoggio ai piedi, mentre i Padri della Chiesa parlano in molti punti di un piolo a cavalcioni del quale Gesù sarebbe stato messo,. in realtà, erano usate ambedue le cose, ma soprattutto il piolo, non certo però per procurare sollievo al crocifisso, o per impedire il laceramento dei tendini, cosa assolutamente impossibile data l’abile tecnica dei carnefici nell’inchiodare, ma unicamente per ritardare la morte e prolungare i tormenti, il che poteva durare anche dei giorni.

La croce era alzata, generalmente poco al di sopra di un uomo, ma poteva anche essere considerevolmente più alta.

I dolori dei polsi trapassati, ai quali stava appeso il corpo, lo stiramento dei muscoli, le difficoltà della respirazione, la sferza del sole e il tormento degli insetti che ronzavano attorno, erano sofferenze inimmaginabili.

In realtà sarebbe troppo difficile e faticoso innalzare una croce, portante già il suppliziato. Una cosa però è certa: Gesù non fu legato alla croce, semplicemente, ma inchiodato.

I soldati che seguivano la pena capitale restavano di guardia al luogo dell’esecuzione e vi rimanevano anche dopo la morte dei condannati per impedire la sepoltura, essendo i loro cadaveri abbandonati ai cani e agli avvoltoi e i loro miseri resti sepolti in fossa comune.

Secondo l’usanza romana ai carnefici spettavano i vestiti del condannato, quali spoglie e bottino di cui avevano diritto, e siccome i capi di vestiario di Gesù erano di ineguale valore, li spartirono secondo il costume romano.

Intanto anche altre due persone erano stati appesi alla croce, non è possibile stabilire di quali misfatti si fossero resi rei:

Marco e Matteo li qualificano come briganti che rubano e saccheggiano a mano armata, mentre Luca come “malfattori generici”.

Forse saranno stati pagani (cioè stranieri) o giudei o forse anche attivisti accesi del movimento zelota che osavano ribellarsi fino all’estremo alla deprecata dominazione romana.

Per la verità non lo sappiamo, perché su questo il Vangelo mantiene assoluto silenzio.

E’ vero che una tradizione cristiana, basandosi su alcuni testi apocrifi come gli “Atti di Pilato” e il cosiddetto “Vangelo di Nicodemo”, chiama il “buon ladrone” col nome di Dismas o Dimas ; e che una leggenda, riferita ad esempio dall’apocrifo “Vangelo dell’Infanzia”, sostiene che costui fece parte di una banda che catturò la Sacra Famiglia al tempo della fuga in Egitto, ma che poi la rilasciò, incantata dal Bambino.

E l’altro ladrone? E’ chiamato Gestas dal citato “Vangelo di Nicodemo” ( in altri vangeli apocrifi i due ladroni si chiamano Tito e Dimaco).

Forse non è senza un qualche significato che il Vangelo abbia scelto l’anonimato.A questo punto non possiamo non parlare di un contrasto di ore tra Giovanni e Marco. Giovanni afferma che quando Pilato pronunciò la sentenza di morte «era circa l’ora sesta», il nostro mezzogiorno.

Marco invece scrive: «Era l’ora terza quando lo crocifissero », cioè verso le nove del mattino (Marco).

Varie ipotesi sono state fatte per far concordare i due evangelisti. Alcuni hanno pensato ad un errore del copista che avrebbe confuso il gamma greco ( segno del numero tre) col digamma (segno del numero sei).

Altri hanno pensato che Marco e Giovanni computino le ore in modo diverso; ma ciò non pare possibile, leggendo i due Vangeli.

Migliore sembra l’ipotesi che si basa sul fatto che noi intendiamo in modo troppo matematico e preciso le determinazioni orarie degli evangelisti.

Marco divide il giorno in quattro parti di tre ore ciascuna: “mattino ora terza, mezzogiorno ora sesta, sera ora nona”.

Tuttavia è da ritenere che queste indicazioni di tempo non siano prese con valore cronometrico, ma con valore elastico, per cui l’ora terza indicherebbe qui un’ora non precisamente determinabile, ma inclusa tra le nove e le dodici, e non solo l’inizio dell’ora, cioè le nove.

Così anche in senso approssimativo va pure intesa l’indicazione dell’ora di Giovanni.

Del resto ciò corrisponde pure al nostro modo comune di parlare, allorché col termine mattino includiamo un periodo di tempo che va dalle sei-otto antimeridiane sino a mezzogiorno; e così pure è del pomeriggio (primo pomeriggio, tardo pomeriggio) e della sera (prima sera, tarda sera). Pertanto è probabile che gli avvenimenti si siano svolti così:

Prima di mezzo giorno (ora terza) Pilato emanò la sentenza di morte, Gesù venne subito condotto al supplizio ove verso mezzogiorno venne appeso alla croce.

Il senso è che quei tormenti furono inflitti al Gesù nel corso della terza ora, fra le nove e mezzogiorno, e questo è perfettamente vero e concorda senza difficoltà con le affermazioni degli altri evangelisti “verso l’ora nona, Gesù gridò con gran voce: «Eloì, Eloì, lamà sabactanì?

 

Avendo Gesù ripetuto a gran voce l’invocazione, il termine “Eloì” fu interpretato da alcuni come un’invocazione al profeta Elia e dicevano: «Costui chiama Elia»… e altri dicevano: «Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo». Questa confusione tra “Eloì” ed “Elia” non sembra essere un equivoco da parte degli Ebrei che stavano presso la croce, ma un intenzionale gioco di parole per schernire ancora una volta l’agonizzante:

Era opinione popolare allora corrente, che Elia fosse il grande soccorritore nelle necessità, e che in particolare portava la salvezza nell’angoscia massima degli uomini pii. Inoltre, era sempre opinione popolare che Elia dovesse discendere in terra e preparare l’avvento del Messia  ungerlo come tale e farlo conoscere al mondo.

Per questo gli Ebrei presenti all’agonia di Gesù pensarono che il morente invocasse l’aiuto del profeta e desiderasse averlo accanto per soccorso; per questo, con compiacenza sarcastica, mettono in rilievo che Gesù invoca il profeta, ormai sicuri che egli non si sarebbe più potuto muovere dalla croce e che nessuno l’avrebbe certamente aiutato.

Sicuramente Gesù sulla croce deve aver provato un’ardentissima sete, cosa normalissima nei crocifissi. per cui: disse: «Ho sete!».

Narra Giovanni: “Or v’era quivi un vaso pieno d’aceto; i soldati dunque, posta in cima a un ramo d’issopo una spugna piena d’aceto, gliel’accostarono alla bocca “ Questa offerta dell’aceto potrebbe apparire uno scherno che aumenta il tormento. In realtà, va intesa come un refrigerio. Giovanni parla di “soldati”, mentre Matteo di “uno di loro” (soldati): infatti solo un soldato poteva attingere alla brocca riservata ai crocifissori. Il termine “aceto” ha qui un significato più vasto, essendosi trattato molto probabilmente di una bevanda acidula e rinfrescante, un miscuglio d’acqua e aceto, molto usata dai soldati che la preferivano all’acqua pura.

E’ uso infatti presso gli orientali di portarsi, ovunque vadano, una brocca d’acqua, ed è probabile che i soldati se ne siano portati anch’essi una per dissetarsi, coprendola forse con una spugna. Matteo e Marco dicono che la spugna fu inserita su una “canna”, mentre Giovanni parla di “ramo d’issopo”, il che non sembra tanto probabile, perché l’issopo è un arboscello simile al rosmarino, e quindi non certamente adatto a questo scopo; perciò alcuni studiosi ne modificano leggermente il testo in modo da leggere “giavellotto”, sul quale sarebbe stata messa la spugna per dare da bere a Gesù.

E Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito». E detto questo, chinò il capo e spirò».

Erano le tre del pomeriggio, l’ora in cui nel tempio si celebrava il sacrificio della sera, l’ora in cui migliaia e migliaia di agnelli venivano sgozzati nel tempio per la celebrazione nelle famiglie della Pasqua giudaica.

Il gran grido con cui Gesù muore dimostra che egli fino all’ultimo fu in chiara coscienza, ma anche che la sua vita non si spense dolcemente, ma violentemente e all’improvviso.

Tutti i tragici avvenimenti, che si sono susseguiti con ritmo incalzante nella notte e nella mattinata, trovano il loro epilogo nella semplice e scarna constatazione degli evangelisti: « Spirò!»,

 

 

«Ed ecco la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, e la terra tremò, e le rocce si schiantarono.

Nel tempio vi erano due cortine o veli, l’uno davanti al Luogo Santo, l’altro davanti al Luogo Santissimo, o Santo dei Santi: dentro questo luogo nessun essere umano poteva entrare, ad eccezione del sommo sacerdote nel giorno delle Espiazioni.

Fu la cortina o velo del Santo dei Santi, benché fatto di prezioso e artistico, nonché robusto tessuto, che si squarciò in due, da cima a fondo: ed era tutto di un pezzo.

Gli evangelisti presentarono questo fatto come un evento miracoloso, di cui però tacciono la causa.

Alcuni allora hanno pensato a un terremoto che accadde nello stesso istante.

Poiché Gesù spirò proprio al momento del servizio sacro della sera nel tempio, quando esso era pieno di gente sia per il sacrificio vespertino sia per l’uccisione degli agnelli pasquali, il fatto non potè passare inosservato ai presenti.

L’aprirsi ad un tratto davanti ai loro occhi del Luogo Santissimo dovette riempire di stupore e di terrore la moltitudine riunita per adorare, che stava nel cortile, tanto più che si trattava di un velo lungo 40 cubiti (circa 18 metri) e così spesso da essere tessuto con tre fili ordinari di lana e uno di lino, attorcigliati insieme e poi raddoppiati sei volte.

Eppure l’evangelista dice che “si fendè da cima a fondo”.

«E le tombe si aprirono; e molti corpi dei santi che dormivano risuscitarono… ed apparvero a molti ». In Palestina si usava seppellire i morti in grotte di diversa grandezza; quelle popolari erano ricavate in caverne naturali o scavate nella terra, quelle dei ricchi scavate nella roccia.

L’ingresso, basso e piccolo, di queste, veniva chiuso da una grossa pietra, che si faceva rotolare lungo la parete, fermandola e fissandola all’apertura della grotta, che così rimaneva chiusa. per effetto del terremoto è comprensibile che varie di queste pietre siano rotolare da sé fuori dall’imboccatura della grotta sepolcrale.

E tutta un’altra serie di eventi miracolosi sconvolse la città

L’ufficiale romano che aveva comandato la piccola squadra di soldati, che faceva la guardia, e i soldati stessi, che erano stati testimoni dei fatti straordinari, che avevano accompagnato la morte di Gesù (la sopportazione serena del dolore, la profonda calma, tra le ingiustizie e i sarcasmi, il perdono concesso ai crocifissori, il gran grido emesso prima di morire, le tenebre e il terremoto che accompagnarono la sua agonia e la morte) rimasero profondamente colpiti e si sentirono risvegliare in loro i sentimenti superstiziosi, per cui, pieni di gran timore, esclamarono: “Veramente costui era Figlio di Dio!“.

Marco attribuisce questa esclamazione al solo centurione, mentre Luca attribuisce a lui questa frase: “Veramente quest’uomo era giusto!“.

Centurione e soldati avevano inteso Gesù invocare Dio come Padre (“Padre, perdona loro“) e avevano inteso i capi sacerdoti con gli anziani dire: “Ha detto: Sono il  Figlio di Dio!“. Dall’insieme di tutte queste circostanze, e specialmente dalle tenebre e dal terremoto prodottisi, potevano constatare che quell’affermazione era ben fondata e che Gesù si era comportato in modo sovrumano.

I Giudei non rimasero insensibili agli avvenimenti celesti avvenuti in concomitanza con l’agonia e la morte di Gesù, dice infatti Luca: «E tutte le turbe che si erano radunate a questo spettacolo, vedute le cose che erano successe, se ne tornavano, battendosi il petto»:

Questo atteggiamento confuso e pentito della folla, dapprima ardente di far morire Gesù, è più eloquente di ogni parola e attesta la sincerità del loro pentimento e forse anche la loro paura; i fatti straordinari notati appaiono alla massa come preludio di gravi avvenimenti con cui si vendicherà il crimine commesso sul Calvario, e per questo in segno di pentimento si percuotono il petto.

I discepoli di Gesù, ad eccezione di Giovanni (19, 26 seg.), sono fuggiti tutti.

 

 

Sotto la Croce

 

 

Alcune donne però, quasi tutte galilee, che da tempo seguivano Gesù (Luca 8, 2 seg.), e che lo avevano accompagnato a Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua, erano coraggiosamente presenti al Calvario.

In parte sono le stesse che saranno presenti alla sepoltura e che al mattino di Pasqua si recheranno alla tomba.

Matteo però dice che erano «molte donne».

Egli ne elenca alcune, forse quelle che erano già conosciute per la loro dedizione al Salvatore: « Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo e di Josè, e la madre dei figliuoli di Zebedeo »: questi nomi però, nel modo come vengono dati da Matteo, non permettono alcuna identificazione sicura.

Maria Maddalena o di Magdala, e forse colei che liberata da “sette spiriti”, credette in Gesù e lo aiutò con tutti i suoi beni? è la stessa che stava al sepolcro alle prime luci dell’alba della Domenica?. E’ da identificarsi con la peccatrice di Luca 7, 36-50 o con Maria di Betania, sorella di Lazzaro e Marta?

In questo caso Magdala non sarebbe il suo paese natio, ma il paese in cui conduceva una vita peccaminosa.

Maria, madre di Giacomo e di Josè, è chiamata anche “Maria di Cleopa” (Giovanni 19, 25); suo figlio Giacomo era detto il piccolo, uno dei dodici (Marco 15, 40; 16, 1).

Maria, madre dei figli di Zebedeo, cioè Giacomo e Giovanni, è Salomè (Marco 15, 40; Giovanni 19, 25), sembra che fosse sorella di Maria, madre di Gesù.

Secondo Giovanni 19, 25 sul Calvario erano presenti pure Maria, madre di Gesù, e Giovanni apostolo.

Vi erano inoltre «tutti i suoi conoscenti», secondo Luca, cioè uomini che avevano avuto con Gesù relazioni personali e suoi discepoli in diverso grado.

C’era qualche apostolo? C’erano Nicodemo o Giuseppe d’Arimatea? Non possiamo dire nulla. Tutti costoro « stavano a guardare queste cose da lontano », probabilmente perché i soldati non permettevano loro di stare vicino a Gesù.

 

 

Crurifagio

 

 

Appena morto Gesù, un pensiero domina e urge i sinedriti: seppellire al più presto e chiudere nel silenzio della tomba per sempre quell’uomo che aveva dato loro tanta preoccupazione e fastidio. Per questo un gruppo di Giudei, probabilmente i capi, si reca nel pretorio di Pilato per chiedere il crurifagio dei crocifissi, onde accertare o sollecitare la loro morte, per rimuovere quanto prima i cadaveri.

Le ferite, infatti della flagellazione e della crocifissione, non toccando organi vitali, permetteva agli sciagurati crocifissi di vivere nei tormenti anche due o tre giorni.

Vi era un motivo giuridico e anche un altro culturale che spingeva i sinedriti a chiedere a Pilato la sepoltura dei crocifissi quel giorno.

La legge mosaica (Deuteronomio 21, 22-23) prescrive la rimozione del cadavere di un giustiziato prima del calare della sera, affinché la maledizione divina sul condannato e la stessa impurità del cadavere non avessero a contaminare il suolo del popolo eletto. Inoltre, si era alla vigilia della solennità pasquale e in tale circostanza non si potevano lasciare esposti dei giustiziati senza offendere i Giudei e turbare la loro gioia religiosa.

Per questo i Giudei, chiesero a Pilato che  venisse accelerata la morte con lo spezzare loro le gambe a colpi di mazza e così essere seppelliti in fretta.

Pilato non trovò alcuna difficoltà ad accondiscendere alla loro richiesta e provvide all’invio dei soldati per eseguire l’operazione. «I soldati dunque vennero e fiaccarono le gambe al primo e poi anche all’altro che erano crocifissi con lui; ma, venuti a Gesù, come lo videro già morto, non gli fiaccarono le gambe», che sarebbe risultata un’azione inutile, tuttavia un soldato, per sincerarsi dell’avvenuto trapasso « gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua». Secondo alcuni, quel sangue e quell’acqua altro non furono che i due elementi, di cui il sangue si compone, per dire così: l’uno rosso, il sangue, e l’altro incolore, il siero.

Difficile poi è stabilire quale fosse il simbolismo che Giovanni vide attuato in questi due elementi sgorgati dal costato di Gesù. poiché nella Bibbia l’acqua è simbolo dello Spirito e il sangue designa la realtà del sacrificio.

 

 

La Sepoltura

 

 

Presso i Giudei, i condannati a morte erano inumati in luoghi e sepolture separate, fosse comuni, e naturalmente senza l’apparato scenico di lutto, lamentazioni e altre cerimonie usate in casi simili. Anche quando, per eccezione, i corpi venivano lasciati alle famiglie, nessun onore veniva ad essi reso.

Non poteva essere altro che questo la sorte del corpo di Gesù. Egli era morto in croce verso le ore quindici. Il tempo, pertanto, tra la sua morte e l’inizio della festività sabatica era relativamente breve, per cui bisognava affrettarsi se si voleva provvedere alla sepoltura secondo le norme della legge dell’Antico Testamento circa il giustiziato.

Infatti, mentre presso i romani i cadaveri dei suppliziati rimanevano sul patibolo, preda dei cani e degli avvoltoi, la legge mosaica ordinava invece di prendere i corpi e sotterrarli prima della notte.

Alla morte di Gesù poi, la prossimità del sabato era un motivo di più per attuare questa norma di legge.

L’espressione «fattosi sera», deve essere intesa in senso molto sfumato: strettamente parlando, la sera, presso i Giudei, era il periodo che correva tra il calar del sole e il sopraggiungere della notte, prima che apparissero le prime stelle, che aprivano il riposo sabatico, tanto più importante quell’anno, in cui il sabato coincideva con la Pasqua.

Queste indicazioni cronologiche ci fanno comprendere il motivo dell’affrettata sepoltura data al cadavere di Gesù in quel pomeriggio della “Parascève” o Preparazione.

I nemici di Gesù, sempre preoccupati dell’osservanza esteriore della legge, avevano invitato Pilato ad affrettare la morte dei tre crocifissi con il crurifagio. Se dopo la morte in croce di Gesù i suoi amici e discepoli si fossero interessati alla sua sorte, con tutta probabilità la salma sarebbe stata gettata, per ordine dei sinedriti, nella fossa comune assieme ai cadaveri dei due ladroni.

Poiché i suoi discepoli era fuggiti, toccò agli amici di Gesù, che segretamente ne approvavano la dottrina, a rendersi attivi per procurare a Gesù un’onorevole sepoltura.

Fra questi Giuseppe d’Arimatea, suo luogo d’origine, distante da Gerusalemme 35 Km. Matteo lo definisce « uomo ricco », cioè benestante, « divenuto anch’egli discepolo del Signore»; Marco lo qualifica come « consigliere onorato, il quale aspettava anch’egli il regno di Dio »; Luca lo dice « consigliere, uomo dabbene e giusto, il quale non aveva consentito alla deliberazione e all’operato degli altri e aspettava il Regno di Dio »; Giovanni infine dice di lui che « era discepolo di Gesù, ma occulto ».

Giuseppe era quindi un uomo retto, ricco di dignità, membro del Sinedrio, ma “discepolo occulto” di Gesù. In che senso? Nel senso che egli era un israelita che prendeva sul serio le profezie messianiche e ne aspettava il compimento. Egli deve aver avuto probabilmente simpatia per Gesù, e fu probabilmente questa simpatia e stima che lo spinse a compiere un atto pietoso. Di lui non si sa null’altro.

Un personaggio di tal rango aveva probabilmente possibilità di accesso facile presso il procuratore romano, anche se la richiesta che gli andava a fare includeva una certa dose di coraggio. Infatti, tentare di chiedere il corpo di un suppliziato, e per di più di Gesù, condannato dal Sinedrio, di cui egli era membro, pur non avendone condiviso le decisioni, e ripudiato dalla nazione, testimoniava da parte sua una ferma presa di posizione.

«Egli, presentatosi a Pilato, chiese il corpo di Gesù»: si affrettò a questo passo perché l’inizio del sabato era imminente e se avesse ritardato non sarebbe più riuscito a preparare la salma per la sepoltura. E’ vero che la legge romana voleva che i giustiziati rimanessero sul patibolo sino a cedere in putrefazione per essere preda di cani e avvoltoi, tuttavia, se il cadavere era reclamato da amici e dalla famiglia per la sepoltura, salvo motivi gravi, non veniva rifiutato, così il corpo del suppliziato invece di andare a finire nella fossa comune, poteva avere una propria sepoltura.

Ed è per questo che la richiesta di Giuseppe d’Arimatea non procurò reazioni, essendo perfettamente possibile.

Pilato d’altronde non aveva alcuna difficoltà ad accedere a questa richiesta. Unica preoccupazione era di accertarsi che fosse già morto.

«Pilato si meravigliò che fosse già morto», perché i crocifissi avevano spesso una lunga agonia, che poteva durare più giorni. «E chiamò il centurione a sé e gli domandò se era già morto, avuto conferma dal centurione, donò il corpo a Giuseppe ». Marco usa il verbo “donò”  in quanto era abitudine dei governatori di fare pagare profumatamente la concessione dei cadaveri dei suppliziati, sebbene ciò in teoria fosse ritenuto un grande abuso.

«E questi, comprato un pannolino e tratto Gesù dalla croce, l’involse nel panno e lo pose in una tomba, scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l’apertura del sepolcro».

La narrazione evangelica rende con esattezza la rapidità con la quale si dovette procedere alla sepoltura in quel breve tempo disponibile.

Tutta l’azione della sepoltura è riferita a Giuseppe d’Arimatea, ma è chiaro che, pur avendo preso l’iniziativa, non fu il solo ad eseguirla, anzi Giovanni ci fa sapere che anche un altro membro del Sinedrio cooperò all’impresa: « Nicodemo, che da prima era venuto a Gesù di notte, venne anche egli, portando una mistura di mirra e d’aloe di circa cento libbre »: si trattava di estratti da legni odorosi e che vennero probabilmente sparsi in polvere sul cadavere.

La quantità di profumo usata, 100 libbre (Kg 32, 70), sembra a prima vista eccessiva, ma non deve stupirci, trattandosi di un’opera di un uomo ricco e generoso; come potrebbe trattarsi di una cifra simbolica usata da Giovanni per indicare il massimo degli onori tributati alla salma di Gesù.

Giuseppe d’Arimatea, velocemente si recò in città, che non era poi molto lontana, per acquistare un lenzuolo, e ritornato al Calvario, dopo aver deposto dalla croce il corpo di Gesù, lo avvolse, secondo gli usi giudaici, nel lenzuolo; lo portò poi in una sua tomba, che aveva lì vicino, ove giunto, deve averlo lavato, cosparso di aromi e riavvolto nel lenzuolo di lino nuovo.

Fu quindi un atto di particolare pietà e affetto quello di Giuseppe d’Arimatea di far seppellire Gesù in un degno sepolcro scavato nella roccia, come l’avevano solo le persone benestanti e distinte, e che, secondo Matteo, era la stessa tomba della sua famiglia. «E lo pose nella propria tomba nuova, che aveva scavata nella roccia, e dopo aver rotolato una gran pietra contro l’apertura del sepolcro, se ne andò».

Giovanni aggiunge che in quel «sepolcro nuovo nessuno era ancora stato posto ». I tre Sinottici, nel parlare del panno lino, usano in greco il termine “sindone”, che propriamente designa un vestito, ma qui è evidente che indica un pezzo di tela per avvolgere il cadavere. Giovanni a sua volta parla di “panni lini” (19, 40), il che può benissimo accordarsi con la “sindone” dei Sinottici, dal momento che il cadavere, lavato, unto e ricoperto del “sudario” alla testa e della “sindone” nel corpo, veniva anche avviluppato e fasciato con altri pannolini.

Per quanto riguarda la tomba in cui venne deposto il corpo di Gesù, c’è ancora da dire che i ricchi solevano farsi scavare sepolcri nella loro proprietà, mentre le tombe dei poveri erano ricavate in caverne naturali o scavate nella terra.

Giuseppe d’Arimatea possedeva un orto vicino al Calvario e nella roccia di esso vi aveva scavato un sepolcro, che era nuovo.

Il sepolcro ebraico si componeva generalmente di un vestibolo, comunicante tramite una bassa porta con la sala funeraria propriamente detta, dove le salme erano disposte su delle specie di davanzali o cassetti, scavati nella pietra. L’apertura esteriore era verticale e veniva chiusa da una grossa pietra circolare simile alle macine di pietra dei nostri mulini ad acqua, inserita generalmente in una guida incavata anch’essa nella roccia e che si faceva rotolare fin sopra l’imbocco.

La scena della sepoltura di Gesù si chiude con l’accenno alle due pie donne (non c’era più Salòme) « Or Maria Maddalena e Maria, madre di Josè, stavano guardando dove veniva deposto ed erano sedute dirimpetto al sepolcro », mentre si svolgevano gli atti della sepoltura all’interno del sepolcro.

Non potendo per il momento fare altro, si accontentavano di osservare attentamente il sepolcro, per ritornare poi, terminata la festività sabatico-pasquale a completare l’opera di sistemazione della salma, essendo poco soddisfatte del trattamento affrettato, con cui si erano dovute fare le cose quella sera, e volendo completare sul corpo di Gesù unzioni più accurate dopo il riposo sabatico.

«E l’indomani, che era il giorno successivo alla Preparazione»: veniva chiamato “Preparazione o Parascève” il giorno precedente il sabato (Marco 15, 42), in quanto in esso si preparavano tutte le cose necessarie per non dover trasgredire la legge del riposo sabatico. Gesù era morto appunto il giorno di Parascève o Venerdì.

Matteo ricorre a una formula alquanto complicata per dire “il giorno dopo che era sabato”, forse per indicare che, terminata la preparazione del sabato, i sinedriti ebbero il modo di radunarsi e pensare nuovamente a Gesù, tanto più che quel sabato era particolarmente solenne, coincidendo con la Pasqua.. «I capi sacerdoti e i farisei si radunarono presso Pilato»: non si trattò quindi di una seduta ufficiale del Sinedrio, così improbabile in giorno di sabato, ma piuttosto di un confabulare di diversi membri tra loro, i quali, avendo appreso che Gesù era stato posto in un sepolcro, pensarono a qualche trafugamento da parte dei discepoli.

Perciò si recarono dal procuratore per manifestargli la loro preoccupazione e chiedergli un corpo di guardia per il sepolcro: « Signore, gli dissero, ci siamo ricordati che quel seduttore, mentre viveva ancora, disse: Dopo tre giorni, risusciterò. Ordina dunque che il sepolcro sia sicuramente custodito fino al terzo giorno; ed evitare che i suoi discepoli non vengano a rubarlo e dicano: E’ risuscitato dai morti; così l’ultimo inganno sarebbe peggiore del primo».

Che i membri del Sinedri solo allora, dopo che era già trascorsa una notte dal seppellimento di Gesù, pensino a prendere delle misure di sicurezza, non è storicamente improbabile. Infatti, Gesù venne seppellito, quando stava per iniziare il sabato, e fu allora che vennero a conoscenza dell’interessamento di Giuseppe d’Arimatea, che potè deporre il corpo di Gesù nel suo sepolcro nuovo.

Circostanza questa che apparve loro pericolosa, ma sulla quale non potevano predisporre un rimedio decisivo per il sopraggiungere del sabato. “Ci siamo ricordati” è la frase con cui essi si presentano a Pilato, ma si tratta di una scusa per avanzare la loro richiesta tardiva, quasi volessero dire: nonostante tutta la nostra buona volontà, non si riesce sempre in tutto. Da quale fonte possono aver appreso che Gesù aveva detto: “dopo tre giorni risusciterò“, non è possibile dire, perché questa profezia apparteneva al segreto messianico, come quella sulla passione (Matteo16, 21; 17, 23; 20, 19).

Probabilmente dalla frase relativa al segno di Giona (Matteo 12, 40), pronunciata da Gesù davanti a scribi e farisei e che li avrebbe spinti a cercare informazioni più precise.

Essi ritengono che per smentire la profezia è sufficiente custodire il sepolcro per tre giorni, onde impedire ai discepoli di trafugare la salma, e così ingannare il popolo col falso messaggio della sua resurrezione.

Con la frase “così l’ultimo inganno sarebbe peggiore del primo” essi intendono riferirsi a quella che, secondo loro sarebbe la prima impostura, cioè al fatto che davanti al tribunale civile Gesù si era dichiarato re dei Giudei, mentre davanti a quello religioso Messia e Figlio di Dio, cose punite con la crocifissione.

La seconda e più grave impostura sarebbe stata l’asserzione che Gesù aveva vinto la morte risuscitando, mentre invece il suo corpo sarebbe stato trafugato dai discepoli e nascosto. Affermazione che avrebbe prodotto sul popolo profondissima impressione. «Pilato disse loro: Avete una guardia; andate assicuratevi come credete». Questa risposta di Pilato può essere intesa in due modi: “avete la guardia del tempio“, provvedete con i vostri mezzi come credete meglio; oppure “avete la guardia che desiderate” e andate a prendere le misure necessarie: Nel primo caso si avrebbe il rifiuto di una persona scocciata; nel secondo un consenso dato a fior di labbra con fare orgoglioso del funzionario romano che disprezza gli Ebrei.

Alla luce di quanto poi accadrà è da preferirsi la seconda spiegazione, che mostra come essi utilizzarono i soldati romani per la guardia. «Ed essi andarono ad assicurare il sepolcro, sigillando la pietra, e mettendovi la guardia ».

Ottenuto il corpo di guardia per il sepolcro, i sinedriti, assicuratisi che il corpo di Gesù fosse ancora nel sepolcro, mettono dei sigilli all’estremità della corda che abbracciava da un capo all’altro la pietra che ne chiudeva l’entrata(Matteo 28, 13).

L’evangelista Marco dà quasi un senso ironico a questo versetto, mettendo in risalto la minuziosità delle cautele prese dai nemici di Gesù e che servivano solo a far maggiormente risplendere la realtà della sua gloriosa resurrezione.

 

La Resurrezione

 

Matteo lo racconta con queste parole: « Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi si sedette sopra. Il suo aspetto era come di folgore; e la sua veste bianca come neve »: il terremoto, la discesa dell’angelo, nonché la rimozione della pietra accaddero mentre le donne stavano andando al sepolcro.

Non possiamo dire se questo terremoto sia avvenuto attorno al sepolcro soltanto oppure in tutta la città, come sembrerebbe meno probabile dal contesto. Gesù era già risorto.

Quando?

Forse poco prima, uscendo dal sepolcro senza rompere i sigilli apposti alla pietra dai sacerdoti.

Il “gran terremoto” fu concomitante alla discesa dell’angelo dal cielo e al ribaltamento della pietra, che ostruiva l’ingresso del sepolcro.

L’apparizione soprannaturale, accompagnata dal terremoto, terrorizzò le guardie, che furono prese dal panico e restarono prive di forza.

«E per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte»: Gli esseri umani al contatto col soprannaturale vengono inizialmente sempre colti da timore e paura. Le guardie, visto quanto succedeva attorno alla tomba e come questa era stata aperta, subito devono essere fuggite, temendo anche rimproveri e pene dalle autorità per non aver sorvegliato a dovere la tomba, in quanto avrebbero mostrato di non credere a quanto esse avrebbero raccontato.

Quindi l’angelo “si sedette sopra” la pietra ribaltata come per fare la guardia al sepolcro e attendere qualcuno.

Matteo descrive l’angelo così: « Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come la neve »; Marco presenta «il giovinetto… vestito di una veste bianca»; e Luca di informa di « due uomini in vesti sfolgoranti».

Ora, “folgore e neve” sono simboli di “gloria”, di “purità”, di quelle dimore celesti, donde gli angeli provenivano.

 

 

Maria Maddalena e Maria madre di Josè, « durante il sabato si riposarono, secondo il comandamento» della legge mosaica e non avendo avuto tempo la sera di venerdì di procurarsi i profumi e gli oggetti necessari per un trattamento più idoneo alla salma di Gesù, il sabato, quando il tramonto del sole permise la ripresa delle ordinarie occupazioni, si affrettarono a munirsi di tutto l’occorrente e «comprarono degli aromi per andare a imbalsamare Gesù all’indomani alle prime ore del giorno ».

Gli evangelisti sono unanimi nel notare il giorno e l’ora mattutina Matteo dice: «Or nella notte del sabato, quando già albeggiava il primo giorno della settimana», dove la frase “nella notte del sabato” può significare il sabato propriamente detto, cioè il settimo giorno della settimana.

Ora, questo primo giorno della settimana è la nostra Domenica.

Matteo dice: «Quando già albeggiava »; Luca: «La mattina, molto per tempo »; Giovanni: «La mattina per tempo, mentre era ancora buio».

Per cui le donne possono essere partite di casa al crepuscolo del mattino e giunte al sepolcro nel momento in cui il sole albeggiava.

Maria Maddalena e l’altra Maria (cioè: Maria, madre di Giacomo e di Josè) vennero a visitare il sepolcro: tenendo presente che per gli ebrei il giorno aveva inizio al tramonto del sole della sera del giorno precedente, che perciò il primo giorno della settimana aveva avuto inizio allora,  possiamo comprendere come tutte le frasi degli evangelisti circa l’ora mattutina di questa andata al sepolcro vogliano significare alle primissime ore della nostra Domenica (possiamo perciò dire tra le ore tre e le cinque del mattino).

Matteo nota che lo scopo dell’andata al sepolcro delle donne fu per «visitarlo»; Luca afferma che «portavano gli aromi che avevano preparato » e Marco, che andavano « per imbalsamare Gesù».

Comunque questi tre diversi scopi non si escludono e non sono in contrasto.

Matteo scrive che le due donne, che andarono al sepolcro, erano «Maria Maddalena e l’altra Maria (madre di Giacomo e Josè)», mentre Marco aggiunge «Salome», e Luca « Giovanna (di Cusa) e anche le altre donne, che erano con loro».

Mentre le donne con passo rapido andavano verso il sepolcro, venne loro in mente che l’entrata del sepolcro era ostruita da una grossa pietra, per cui dicevano: « Chi ci rotolerà la pietra dell’apertura del sepolcro?… giacché essa era molto grande ».

Ma, ecco, che giunte presso il sepolcro, « alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata». Che cosa era successo?

 

L’angelo si rivolse quindi alle donne: « Voi non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli: Egli è risuscitato dai morti, ed ecco vi precede in Galilea; quivi lo vedrete ».Marco aggiunge: « andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro» e annota pure che le donne «furono spaventate», mentre Luca dice che, «essendo impaurite e chinando il capo a terra», gli angeli dissero loro: « Perché cercate il vivente tra i morti? Egli non è qui, è risuscitato; ricordatevi com’egli vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che il Figliuol dell’uomo doveva essere dato nelle mani d’uomini peccatori ed essere crocifisso, ed il terzo giorno risuscitare. Ed esse si ricordarono delle sue parole».L’angelo quindi tende a rassicurare le donne.

Il “voi” (della frase “voi non temete”) è enfatico e serve a mettere in evidenza il contrasto tra le donne e le guardie. Tranquillizza le donne in ansia per il corpo del Signore, dicendo loro che, se non lo trovavano più nella tomba, era perché era risorto, come aveva annunziato che avrebbe fatto. L’angelo quindi invita le donne ad andare a vedere il luogo dove Gesù giaceva: ed esse, infatti, entrate non vi scorgono il corpo esanime di Gesù. La loro testimonianza oculare avrà grande valore, un quanto, non solo potranno dire di aver visto la grossa pietra rimossa, ma anche di aver parlato con l’angelo che l’aveva rimossa e di essere da lui stesso condotte all’interno del sepolcro vuoto.Quindi l’angelo dà alle donne la missione di andare ad annunziare «ai discepoli », e quindi non solo agli apostoli, che Gesù è risorto e che li attende in Galilea, dove lo vedranno.

Marco scrive che questo annunzio doveva farsi anche a Pietro, il quale, dopo aver rinnegato Gesù, avrebbe potuto dubitare di avere ancora il diritto di essere tra i discepoli.

Il messaggio che le donne devono recare ai discepoli, esse le prime evangelizzatrici della resurrezione, era « vi precede in Galilea»: ma in realtà questa azione sarà futura e il presente è motivato soltanto dalla ferma intenzione di compierla e dalla sua imminenza. Là, in Galilea, infatti si era svolta la maggior parte del ministero pubblico di Gesù, là aveva trovato molti discepoli, di là venivano undici apostoli; là li aveva mandati in missione.

La frase con cui l’angelo chiude le sue parole: «Ecco ve l’ho detto», richiama le formule con cui Dio sigillava la sua presenza nelle comunicazioni profetiche: dunque è davvero messaggio divino quello che le donne ricevono tramite l’angelo.

Maria Maddalena non ebbe modo di udire queste parole dell’angelo, perché quando si avvicinò al sepolcro e vide la pietra rotolata (l’angelo deve essere comparso dopo), credette a un furto e ritornò immediatamente in città a darne la notizia a Pietro e Giovanni (Giovanni 20, 1-2), i quali corsero subito al sepolcro, senza però incontrarsi con le donne, che avendo ricevuto il messaggio angelico, andarono subito dai discepoli.

Quando i due apostoli se ne tornarono in città, Maria Maddalena, che era di nuovo accorsa con loro al sepolcro, rimase colà a piangere, ottenendo così da Gesù risorto, come vedremo, la prima apparizione.

Le donne «andatesene prestamente dal sepolcro con spavento ed allegrezza grande, corsero ad annunziare la cosa ai suoi discepoli». Marco afferma che esse « prese com’erano da tremito e da stupore non dissero nulla ad alcuno, perché avevano paura».

Molto probabilmente, esse, ritornate dai discepoli, subito tacquero della cosa. Poi si decisero a parlare. Infatti Luca scrive che esse «tornate dal sepolcro annunziarono tutte queste cose agli undici e a tutti gli altri… E quelle parole parvero loro un vaneggiare, e non prestarono fede alle donne».

Tanto estranea alla loro mentalità era l’idea della resurrezione dai morti, nonostante che Gesù l’avesse più volte predetta. Matteo, seguitando il suo racconto, parla di un’apparizione di Gesù alle donne mentre esse tornavano dai discepoli: « Quand’ecco Gesù si fece loro incontro, dicendo: Vi saluto! Ed esse, accostatesi, gli strinsero i piedi e l’adorarono. Allora Gesù disse loro: Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno ». Quando avvenne questa apparizione di Gesù? In genere, si ritiene che essa sia avvenuta mentre le donne tornavano dal sepolcro per andare a riferire il messaggio angelico ai discepoli. Questo però mal si concilierebbe con quanto dice Marco 16, 8, che, fuggite dal sepolcro, esse prese da tremito e da stupore, non dissero nulla ad alcuno “perché avevano paura”.

Ma, paura di che? Probabilmente di non essere credute e di essere prese come visionarie. Ma se nel ritorno dal sepolcro fosse avvenuta l’apparizione del Signore a loro, allora la cosa sarebbe stata diversa. Inoltre, i due discepoli di Emmaus, partiti nella tarda mattinata da Gerusalemme, sapevano solo della visione dell’angelo dalle donne avuta al sepolcro (Luca 24, 22-24), ma non avevano notizia di alcun altra apparizione.

E poiché Luca dice che le donne «si ricordarono delle sue parole (cioè dell’angelo) e tornate dal sepolcro annunziarono tutte queste cose agli undici e a tutti gli altri», quel “ricordarsi” fa pensare che, nel trambusto di quei primi momenti, le donne non trovarono l’opportunità di riferire il messaggio angelico e che solo qualche tempo dopo ebbero modo di raccontare ciò che avevano veduto e udito.

Così potrebbe anche spiegarsi perché Luca tra loro ponga anche la Maddalena, la quale, se le donne avessero fatto subito l’ambasciata, non poteva essere con loro, essendo venuta via dal sepolcro appena veduta la pietra ribaltata e che Gesù non vi era più, per andare ad annunziarlo a Pietro e Giovanni e riandare con loro al sepolcro, dove rimase ancora, quando essi se ne tornarono.

Quindi queste apparizioni di Gesù alle donne non dovettero avvenire in questo loro ritorno dal sepolcro, ma probabilmente al ritorno di una loro successiva andata, quando potè unirsi con loro anche Maria Maddalena.

Comunque queste difficoltà di conciliare quanto narrano gli evangelisti di quelle prime ore susseguenti alla resurrezione del Signore, mostre che, mentre per i cristiani di allora poteva essere semplice, per noi resta più difficile, in quanto nota l’accavallarsi tumultuoso degli avvenimenti di quella prima mattinata della domenica di resurrezione.

 

Il mattino del primo giorno della settimana Maria Maddalena si reca al sepolcro di Gesù. Colà giunta « vide la pietra tolta dal sepolcro ». Con uno sguardo gettato all’interno, si rende conto che la salma non è più nel sepolcro. Non ne conclude però che Gesù è risorto, bensì che il corpo è stato trafugato da mani sconosciute. Torna subito in città in tutta fretta lasciando le altre donne sul posto, per annunziare il fatto a « Simon Pietro e all’altro discepolo, che Gesù amava» con queste parole: « Han tolto il Signore dal sepolcro, e non sappiamo dove l’abbiano posto ». Questi immediatamente si portano di corsa alla tomba. «Correvano ambedue assieme; ma l’altro discepolo corse innanzi più presto di Pietro, e giunse primo al sepolcro; e chinatosi, vide i pannilini giacenti, ma non entrò »: se non entrò non fu per onorare Pietro nel primato su tutta la Chiesa, come si afferma in seno alla Chiesa di Roma, ma perché paventò di dover constatare il rapimento di Gesù. Quando giunse Simon Pietro, entrò all’interno della cella mortuaria, passando attraverso la bassa imboccatura e d’entrata e « scorge i pannilini giacenti», ma anche « il sudario che era stato sul capo di Gesù, non giacente coi pannilini, ma rivoltato in un luogo a parte».

Questo fatto del sudario fece sì che entrasse anche Giovanni che «vide e credette ».

La presenza delle bende e del sudario ben ripiegati gli fa capire che la salma non è stata rubata o portata in un’altra tomba, ma che Gesù deve essere risorto. Così il primo a credere alla resurrezione di Gesù fu proprio il discepolo prediletto. Ma dovette credere anche Pietro, perché subito l’evangelista dice: « perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti».

Quindi i due « discepoli se ne tornarono a casa ». Maria Maddalena è ritornata dalla città al sepolcro, ma non sappiamo se sia giunta dopo la partenza dei due discepoli o ancor prima di essa.

Probabilmente dopo, perché altrimenti Pietro e Giovanni le avrebbero comunicato il loro convincimento sulla resurrezione di Gesù, mentre dal racconto sembra che Maria non pensi nemmeno lontanamente a questo fatto.

Giunta di nuovo al sepolcro « Maria se ne stava di fuori a piangere», quando « chinandosi per guardare dentro al sepolcro, vide due angeli vestiti di bianco, seduti uno a capo e l’altro ai piedi, là dove era giaciuto il corpo di Gesù». I due angeli le chiedono il motivo delle sue lacrime: «Donna perché piangi? ed ella risponde: Perché han tolto il mio Signore e non so dove l’abbian posto ». Ma, volgendosi d’un tratto dietro « vide Gesù in piedi, ma non sapeva che era Gesù», il quale le chiese: «Donna perché piangi? Chi cerchi?». Maria aveva scambiato Gesù per il giardiniere, il quale a parer suo, doveva aver trafugato il corpo di Gesù, insofferente di saperlo nella tomba.

L’evangelista non dice che Gesù aveva assunto le fattezze di un giardiniere, fu Maria a ritenerlo un giardiniere, perché è naturale che la prima persona che ci si aspetta di incontrare in un giardino sia, appunto, il giardiniere. Così Maria rispose al supposto giardiniere od ortolano: « Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai posto, e io lo prenderò ».

Allora Gesù la chiamò per nome: «Maria!». Chiamandola così per nome col timbro di voce che è a lei usuale, Gesù le rivela, a guisa di lampo, chi sia colui che le parla.

Lo riconosce e, volgendosi nuovamente a lui, lo saluta col titolo usuale di « Rabbunì », che nell’aramaico palestinese antico vuol dire “Maestro mio”. Maria però, al colmo della gioia, non si accontenta del semplice saluto “Maestro mio!”, ma gli si prostra innanzi per abbracciargli e baciargli i piedi e le ginocchia. Gesù però la trattiene e le dice: « Non mi toccare perché non sono ancora salito al Padre».

Queste parole di Gesù sono difficili a spiegarsi e si sono avute parecchie interpretazioni. Esse, considerate in se stesse, possono far pensare che la Maddalena l’abbia già toccato o sia sul punto di farlo. Chi intende che l’abbia già toccato, spiega la frase: Non trattenetemi, perché devo andare al Padre. Chi invece intende che stava per toccarlo, spiega la frase: Non mi toccate con gesto di adorazione, perché non sono ancora salito al Padre per ricevere da lui potere e gloria eterna. Altri intendono che Gesù, mediante la resurrezione, è entrato nello stato sopraterreno, celeste, spirituale, che non consente più che si tornino ad avere con lui i rapporti di prima. Dando questo incarico alla Maddalena, Gesù chiama i discepoli fratelli e designa il Padre come Padre suo e loro, Dio suo e Dio loro. Il titolo di fratelli, dato ai discepoli, ricorre sulla sua bocca solo dopo la resurrezione (cfr. ancora Matteo 28, 10). Il rapporto di Gesù coi discepoli dunque è divenuto più intimo. L’evangelista conclude la pericope, informando che la Maddalena ha eseguito l’incarico affidatole: « Maria Maddalena andò ad annunziare ai discepoli che aveva veduto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose» Ci sono volti i cui profili sono depositati nella memoria di tutti; ci sono emozioni che, pur sedimentate sotto il fervore dei nostri giorni, conservano la scintilla di mistero eterno…
….è da 2000 anni Signore che i tuoi passi sanguinano….

 

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