Antichi preparativi per la cena Pasquale

cenaebraicaSecondo la tradizione la cena doveva iniziare con la consumazione dell’agnello pasquale e durare sette giorni, dalla sera del quattordicesimo giorno di Adib (mese), chiamato poi Nisan, fino al sera del ventunesimo. E durante quel tempo gli Israeliti non avrebbero dovuto mangiare che pane senza lievito, in ricordo del fatto che, fuggendo dall’Egitto non avevano potuto attendere alla lievitazione delle focacce, ed avrebbero dovuto offrire ogni giorno numerosi sacrifici, come testimonianza di gratitudine e di riconoscenza.


Questa fu l’origine della Pasqua in Israele.
In ogni casa, il quattordici di Nisan, le donne, durante la mattinata, impastavano pane e focacce di farina senza lievito, avendo cura di non mettervi né sale né olio. Verso le dieci ha luogo l’ultimo pasto con pane fermentato. Passato il mezzogiorno, il capo famiglia con una lampada in mano percorre tutte le stanze, fruga in ogni angolo, controlla i recessi, i buchi e le fessure, raccogliendo tutte le briciole, anche le più minute, di pane fermentato, che può trovare, e le ripone in un vaso per bruciarle. Nel pomeriggio, a cominciare dalle ore due, tutti i capi famiglia ebrei o chi per loro si recano, portando sulle spalle un agnello, al tempio, dove compiuto il sacrificio quotidiano, tutte le ventiquattro classi sacerdotali ordinate in fila dall’altare dei sacrifici alle mura che circondano il vasto atrio degli uomini d’Israele, fanno entrare a gruppi numerosi i portatori di agnelli, che vengono sgozzati e il cui sangue viene versato mediante un bacile in un canaletto di pietra dell’altare comunicante per un canale sotterraneo col torrente Cedron. Quindi gli agnelli uccisi vengono scorticati e svuotati; il grasso è bruciato sull’altare e ognuno va via portando la vittima avviluppata nella sua pelle.  Una seconda schiera succede alla prima, quindi una terza e così fino a che non rimanga più un agnello da uccidere e durante tutta la cerimonia, il popolo risponde al canto dei leviti del Grande Hallel (ossia della grande lode: dal Salmo 113 al Salmo 118) con accompagnamento di cetre, cembali e trombe.
Ora la festa si celebra in famiglia.
L’agnello pasquale deve essere arrostito: così prescrive la legge, e deve esserlo in modo che nessun osso gli sia rotto e che nel cuocerlo non sia esposto ad alcun contatto ma sospeso in aria.
Appena il sole è tramontato, comincia la cena.
I commensali non possono essere né meno di dieci né più di venti.
Mangiano sdraiati sui divani, perché mangiare coricati, avevano sentenziato gli scribi, è il privilegio dell’uomo libero. Il capo famiglia prende una coppa, in cui è versato del vino con un po’ d’acqua, e, tenendola in mano, dice: “Sii benedetto, Jahweh, nostro Dio, che hai creato il frutto della vigna… Sii benedetto, Jahweh, re dell’universo, che hai conservato la vita e ci hai permesso di intervenire a questa festa”. Poi, dopo aver bevuto per primo, passa la coppa a tutti i commensali che bevono a loro volta. Quindi presenta ad essi un catino pieno d’acqua, nel quale immergono le mani fino al pugno; è l’abluzione indispensabile prima di ogni pasto. Durante questo tempo, la servitù ha avvicinato la tavola piena delle vivande prescritte dalla legge. Nel centro l’agnello pasquale, di cui nessun osso dovrà essere spezzato; accanto ad esso tre pani azzimi rotondi e poco spessi, dall’altro lato erbe amare (indivia, ramolaccio, appio, crescione, prezzemolo e cervoglio); quindi completa la cena il piatto del “karosèth”, e una specie di torta, fatta con datteri, fichi, mandorle ed altra frutta cotta in aceto. Mentre si prepara la seconda coppa, il più giovane dei commensali rivolge al padre di famiglia le seguenti domande: “In che cosa differisce questa notte dalle altre? Perché noi mangiamo solamente pani azzimi? Perché l’agnello arrostito? Perché le erbe amare?”. Il capo famiglia risponde recitando il passo di Deuteronomio 26, 5-11, dove si trova riassunta la storia di Israele dall’andata di Giacobbe in Egitto fino al giorno della liberazione. Prendendo allora il piatto nel quale è servito l’Agnello, lo alza dicendo: “Noi mangiamo l’agnello pasquale, perché in Egitto Dio passò oltre alle nostre case.  Poiché è scritto: E’ la vittima del passaggio del Signore, quando egli passò oltre le case dei figli di Israele, risparmiandoli e affliggendo gli Egiziani” Esodo 12, 27Innalzando poi le erbe amare, dice: “Noi mangiamo queste erbe amare, perché in Egitto la vita dei nostri padri fu ricolma di amarezza. Poiché è scritto: Gli Egiziani resero amara la loro vita” Esodo 1, 14. Ripete la stessa cosa per i pani azzimi e dice: “Noi mangiamo questi azzimi, perché è scritto riguardo ai nostri padri: E cossero la pasta che avevano portato dall’Egitto e ne fecero delle focacce azzime” Esodo 12, 39.
Qui i presenti cantano il grande Hallel, cioè sei salmi (dal 113 al 118).
Dopo il canto dell’Hallel si beve la seconda coppa. Indi il capo famiglia si lava le mani, prende un pane azzimo, ringrazia Dio, lo spezza, ne immerge un piccolo pezzo nel “karosèth” e dà un pezzo uguale ad ogni commensale. E’ il pane dell’amarezza, della tristezza e della miseria; deve mangiarsi in poca quantità. A questo punto comincia la parte lieta della festa. Chi presiede recita una formula di rendimento di grazie, ringraziando Jahweh che ha prescritto il sacrificio della Pasqua, taglia l’agnello, ne mangia per primo e ne distribuisce i pezzi a tutti i commensali.  Altri cibi di carni ed erbe completano la cena, che può prolungarsi per molto tempo, senza però oltrepassare la mezzanotte. E quando è terminata, fa il giro della tavola la terza coppa, chiamata coppa di benedizione. Si cantano poi parecchi Salmi e la cerimonia si completa con la quarta ed ultima coppa. L’indomani 15 di Nisan, è il giorno solenne della festa. Nel tempio si uccidono molte vittime, bruciate sull’altare degli olocausti, mentre verso il cielo salgono il canto dei Salmi e il profumo dell’incenso.  La notte seguente i sacerdoti vanno in campagna al di là del torrente Cedron e raccolgono un canestro d’orzo; sono le primizie delle messi che debbono offrirsi a Jahweh nel tempio per riconoscere con tale atto la Sua sovranità su tutti i beni della terra e per ringraziarLo di aver dato al suo popolo la terra di Canaan tanto fertile, che dovunque “vi scorrono ruscelli di latte e di miele”.

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